Chemistry #11 – Romance Arc (Rar)

6 maggio 2015


di Davide Borgna

 

Il romance, lo sviluppo di un legame sentimentale fra due personaggi, è considerato uno degli ingredienti principali per dare spessore e suggestione a una storia.

Una lezione assimilata dal cinema hollywoodiano che ha infarcito praticamente ogni genere con una (sotto)trama amorosa: il romance si declina così, di volta in volta, nelle schermaglie verbali della commedia sofisticata, negli scenari barocchi del film in costume o nelle atmosfere torbide del noir metropolitano.

 

A ben guardare anche il melodramma, ossia la sublimazione narrativa dell’arco amoroso, si situa in un territorio di confine, alla confluenza tra stilemi e correnti: insomma il romance è, nella maggioranza dei casi, sempre romance qualcos’altro. Non esiste “il” melodramma ma esistono melodrammi storici, familiari, minimalisti, bellici – basti pensare a due delle più celebri vicende d’amore di tutti i tempi, Via col vento (1939) e Casablanca (1942).

 

Nel cinema classico la nascita del sentimento è il veicolo tramite cui si compie la maturazione interiore del personaggio, che impara a vedere oltre sé stesso e ad assumere una condotta più matura e responsabile.

Il climax amoroso è essenziale per l’appagamento del protagonista – del suo desiderio di completezza. Ne Il segreto dei suoi occhi, come abbiamo visto, la ricognizione poliziesca mascherava le vicissitudini (trentennali!) di un legame inseguito e mai dichiarato.

 

Il cinema moderno e contemporaneo ha spesso preferito concentrarsi sul versante conflittuale, cupo della vicenda amorosa: mettendo in luce il percorso sentimentale non come crescita, bensì come guerra, afflato momentaneo, illusione o mistificazione.

Appartengono a questa categoria alcuni fra gli esempi più alti e teorici di film d’amore: penso a Decalogo 6, straziante romance fra un voyeur e la donna oggetto di una contemplazione che rasenta il culto – e che si dimostra, alla prova dei fatti, ben più arida, crudele e “mostruosa” del protagonista.

 

Maestro nella decostruzione del melodramma – o meglio, nella messa a nudo dei meccanismi in esso impliciti – è Fassbinder. Non è un caso che nella sua filmografia le dinamiche di asservimento all’interno delle relazioni facciano il paio con l’oppressione socio-economica (vedi Il diritto del più forte, 1975).

 

Le lacrime amare di Petra von Kant (1972) è fra le opere più algide e spietate del regista. Basato su una pièce dello stesso Fassbinder, ambientato interamente nel lussuoso appartamento della stilista Petra (Margit Carstensen) descrive, cadenzandolo in cinque atti, il rapporto che si instaura fra lei e Karin (Hanna Schygulla), bella, superficiale e ignorante.

Il percorso inscenato è un’autentica vivisezione del romance: nell’ordine, Attrazione, Innamoramento, Dissidio, Umiliazione, Disincanto (e Guarigione).

 

Sotto la patina kitsch, la messa in scena funge da cassa di risonanza in grado di amplificare i temi cari a Fassbinder: l’amante può essere posseduto nella misura in cui è reso oggetto. manichini che affollano lo studio di Petra sono il corrispettivo iconico di questa tendenza, così come i cambi d’abito che scandiscono gli atti esprimono la vanità del sentimento, che riveste la persona di qualità e valori che non le appartengono, generando inevitabilmente la propria disfatta.

 

Emblema del rapporto servo/padrone è Marlene (una memorabile, silente Irm Hermann), aiutante e schiava d’amore di Petra.

Nel finale, con un colpo di coda, Fassbinder rilancia l’idea dell’oppressione come prerequisito del rapporto sentimentale: Petra, rinsavita dalla folle passione per Karin, propone a Marlene di vivere finalmente un legame pieno, egualitario, appagante.

In risposta, la serva prende una valigia, vi ammucchia le proprie cose ed esce, scomparendo.

 

Un finale che – stemperato dall’impianto teatrale (si spengono le luci) e dal contrappunto leggero della musica dei Platters – ribadisce il lato oscuro del romance.


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