Chemistry #12 – Love Triangle (Tri)

13 maggio 2015


di Davide Borgna

 

Il triangolo amoroso è fra gli espedienti più usati e abusati dalla narrativa, declinato in uno spettro che va dal melodramma alla parodia.

 

La Grande Hollywood ne offre alcuni fra gli esempi più alti, vedi il sempreverde Casablanca dove Rick, cinico dal cuore d’oro, si ritrova vis à vis con Ilsa, la giovane donna con cui aveva vissuto un breve idillio a Parigi.

Ilsa è sposata con Victor Laszlo, eroe della resistenza; insieme cercano di ottenere le lettere di transito per volare in America e Rick, per un caso fortuito, rappresenta la loro unica speranza di sfuggire ai tedeschi.

 

Mentre le mire del comando nazista si concentrano su Laszlo, Rick e Ilsa sono protagonisti di un riavvicinamento contrastato e struggente, finché il sentimento a lungo sopito non riemerge in tutta la sua forza.

Sarà Rick, tuttavia, ad arginare questa passione compiendo la scelta più difficile. Il suo coinvolgimento sentimentale fa da preludio a un impegno più nobile: il ritorno alla lotta civile.

 

In tal senso Rick e Laszlo, i due estremi del triangolo, sono personaggi speculari uniti da una causa comune: espressione di tutto ciò è l’intensa scena della Marsigliese, dove gli avventori del locale sovrastano con il loro canto gli arroganti ufficiali tedeschi. Una scena, guarda caso, giocata sulla triangolazione di sguardi e primi piani fra Rick, Ilsa e Victor.

 

Già fuori dalle sponde del cinema classico, eppure ancora legato a quella stagione, Lolita (1962) di Kubrick propone un altro memorabile triangolo, quello fra il professor Humbert (James Mason), la passionale vedova Charlotte (Shelley Winters) e la sua conturbante figlioletta Lolita (Sue Lyon).

 

Adattando il romanzo di Vladimir Nabokov, Kubrick si trova davanti a una sfida notevole: come suscitare empatia per un personaggio machiavellico, fosco e morboso qual è Humbert?

Il miracolo di Lolita è proprio qui, nella complicità viscerale che si instaura fra lo spettatore e il protagonista, assistito nella sua folle passione per la “ninfetta” e nei disegni torbidi che tesse per averla.

 

Se il melodramma classico era verbale, a tratti verboso, Kubrick si conferma straordinario narratore per immagini: penso a una delle prime sequenze, in cui Humbert-Charlotte-Lolita si recano al drive-in poco dopo essersi conosciuti. Sullo schermo passano le immagini di un film dell’orrore, madre e figlia si avvinghiano terrorizzate alla mano di Humbert il quale, dopo aver scostato quella di Charlotte, si dedica a confortare Lolita.

In un sussulto di terrore le mani si intrecciano nuovamente, poi i personaggi – quasi prendendo coscienza di un lapsus – si districano tornando a seguire il film.

 

Una sequenza folgorante dove le dinamiche del desiderio risaltano al massimo e preludono ai successivi sviluppi, come una premonizione.

 

Premonizione infausta, almeno per Humbert che, sempre più schiavo dei suoi sentimenti per Lolita, cadrà in un nuovo intrigo: quello ordito dal camaleontico Quilty (Peter Sellers), che compare a intervalli nel film simile a un folletto maligno per rammentarci un’importante lezione:

“Chi la fa l’aspetti”.

 


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