Chemistry #14 – An Aesop (Ae)

27 maggio 2015


di Davide Borgna

 

La conclusione di una storia richiede, oltre alla catarsi emotiva e allo scioglimento dei fili narrativi, ciò che nelle favole si chiama morale ossia un pensiero che il lettore/spettatore possa comprendere ed eventualmente far proprio, che dica qualcosa sugli uomini e sul loro stare al mondo.

 

Oggi può sembrare pretenzioso o antiquato discorrere di morale nelle storie. Si argomenterà che la finzione narrativa si limita a proporre un certo sguardo e un certo approccio al mondo, e che in un’epoca contraddistinta dalla confusione delle ideologie e dei modelli interpretativi è vana la pretesa dell’arte di mettersi su un piedistallo e svolgere una funzione “edificante”.

Tuttavia, nella nostra esperienza di lettori e spettatori l’esigenza di una morale resta forte: perché altrimenti, di fronte a un  film che ci ha confusi o turbati, resteremmo a discutere fuori dalla sala cinematografica, chiedendoci quale sia il messaggio che il regista/autore ha voluto trasmetterci?

 

Nella narrativa classica la funzione edificante, e quindi la morale sottesa al racconto erano dinamiche palesi, trasparenti e convenzionalmente accettate. La narrativa contemporanea ha adottato una via più tortuosa, volutamente parziale o reticente, lasciando che gli interrogativi sul senso si accendano (e completino, posto che sia possibile) nella ricezione.

Penso alle provocazioni del Decalogo di Kieslowski, dieci racconti che pongono lo spettatore di fronte ad altrettanti dilemmi etici testando, per così dire, i limiti della prescrizione e dell’infrazione. Quanto è netta la linea che divide la nostra condotta dal cosiddetto “peccato”?

 

Forse uno dei motivi dell’attuale ristagno di molta produzione narrativa è proprio l’assenza di una posizione morale: ciò non significa che il narratore debba assestarsi su formule convenzionali o su un registro da fiaba, né che debba ritenersi il depositario della Verità sull’uomo.

Significa piuttosto che, nel concepire una storia – la quale, come insegna McKee, è una metafora della vita – lo scrittore o il drammaturgo o lo sceneggiatore dovrebbe assumersi la responsabilità di proporre la sua visione con pienezza, senza per questo negarne i limiti. La creazione di un racconto è un atto di fede e il primo dovere del narratore, in definitiva, è credere in ciò che scrive.

 

Un esempio magistrale di racconto edificante che tanto edificante non è viene dall’unico film diretto da Charles Laughton, La morte corre sul fiume (1955).

Capolavoro di espressionismo e vortice di generi che mescola la fiaba e il racconto di formazione, l’orrore e gli scenari del Sud statunitense, il film s’incentra su una coppia di bambini che, orfani di padre durante la Grande Depressione, si trovano insidiati da un predicatore pazzo (Robert Mitchum) che s’insinua sotto il loro tetto come patrigno e si rivela un orco sadico in cerca del denaro nascosto chissà dove dal padre dei ragazzini.

 

La morale di questa tetra favola sarà enunciata da Rachel, l’anziano angelo del focolare incarnato da Lillian Gish: figura che rappresenta l’eredità del cinema muto e forse, ironicamente, anche una saggezza d’altri tempi.

Durante la veglia che prelude alla conclusione del racconto, la donna mormora: “It’s a hard world for little things”.

 

Una morale assai poco consolatoria ma lucida, strettamente legata alla grandezza del film: lo sguardo dei bambini, così candido e al tempo stesso così permeabile nei confronti della realtà, è la cartina al tornasole con cui misurare la rapacità del nostro mondo e il bisogno di crearne uno migliore, nel quale gli orchi siano tenuti fuori dalla porta di casa.

 


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