Chemistry #15 – Masquerade (Msq)

3 giugno 2015


di Davide Borgna

 

Si ha una mascherata quando, al di sotto della superficie ordinaria e rassicurante del mondo narrativo, il narratore annida un mondo altro le cui porte si schiudono al protagonista, un mondo decisamente più instabile e foriero di minaccia ma anche di avventura, emozioni, crescita.

 

L’espediente è tipico della narrativa fantastica, dove il Meraviglioso e lo Straordinario si annidano tra le pieghe noiose e opprimenti della quotidianità.

 

Formidabile costruttrice di mascherate, forse la più memorabile della narrativa contemporanea, è J. K. Rowling che nella sua saga dedicata al maghetto occhialuto costruisce un mondo fantastico sorprendentemente capillare e spiccatamente british: la popolazione dei maghi è amministrata da un complesso apparato burocratico noto come Ministero della Magia, il cui compito più importante, nelle parole del primo mentore di Harry, è “non far sapere ai Babbani che in giro per il paese ci sono ancora streghe e maghi”[1].

 

Un compito che il Ministero prende molto sul serio, con tutte le suddivisioni di competenza del caso: così Arthur Weasley, padre del migliore amico di Harry, lavora nell’ufficio detto “per l’Uso Improprio dei Manufatti dei Babbani”.

Va da sé che i burocrati vogliono evitare l’uso di fatture o quant’altro da parte di giovani maghetti scapestrati: tant’è che lo stesso Harry, dopo aver usato un incantesimo per questioni di sopravvivenza, si vede recapitare questa severa missiva:

 

“Caro signor Potter,

Siamo stati informati che lei ha praticato l’Incanto Patronus alle nove e ventitré di questa sera in una zona abitata da Babbani e in presenza di un Babbano.

La gravità di questa infrazione al Decreto per la Ragionevole Restrizione delle Arti Magiche tra i Minorenni si è tradotta nella sua espulsione dalla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Rappresentanti del Ministero della Magia saranno tra breve nel suo domicilio per distruggere la sua bacchetta.”[2]

 

L’uso della masquerade caratterizza vari filoni del genere fantastico: si pensi alla produzione incentrata sul vampirismo; e che dire della mascherata digitale e cyberpunk per eccellenza, quella imbastita dai fratelli Wachowski nella saga di Matrix?

 

Una nota a parte merita The Village (2004), forse il miglior film di M. Night Shyamalan per come adotta il meccanismo citato invertendone la direzione, dal fantastico all’ordinario: una placida comunità rurale, stile Amish, vive entro i confini dell’insediamento nel rispetto del limite invalicabile della foresta, popolata da misteriose e temibili creature.

Senonché una delle abitanti, la giovane Ivy (Bryce Dallas Howard) per salvare il suo innamorato sfida l’ignoto avventurandosi nella selva oscura.

 

Con un colpo di mano, Shyamalan abbatte i paletti del genere orrorifico-fantastico, trasformando il village del titolo in un esperimento antropologico e utopista. E, nonostante la crepa aperta da Ivy, ferma intenzione degli Anziani è perpetuare la mascherata, riportando l’umanità a un’idilliaca e astorica “età della pace” lontana dalle violenze del nostro secolo.

 

[1] J. K. Rowling, Harry Potter e la pietra filosofale, Salani 1998, p.66.

[2] J. K. Rowling, Harry Potter e l’Ordine della Fenice, Salani 2003, p.35.

 


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