Chemistry #16 – Serious Business (Srs)

10 giugno 2015


di Davide Borgna

 

Spesso le storie più terribili sono quelle che ruotano attorno a, o scaturiscono da un motivo futile. Oppure quelle in cui un’attività ludica o d’intrattenimento viene avvertita come un affare serio, serissimo dai personaggi – trasmettendo, nei casi migliori, un’eguale angoscia e un sentimento di “vita o morte” al lettore/spettatore.

 

Diversi racconti incentrati sullo sport o sull’arte sfruttano tale principio: l’idea di una performance spinta all’estremo, totalizzante al punto da identificarsi con la persona stessa determinandone il cammino esistenziale, ben esemplifica il concetto di “serious business”.

 

Tra le prove recenti non si può non citare Whiplash (2014), lungometraggio di Damien Chazelle vincitore degli Oscar per il Miglior Montaggio e Attore Non Protagonista.

Sin dalla prima scena – la cinepresa che avanza lentamente nel corridoio deserto di una scuola musicale, verso l’aula dove Andrew Neyman (Miles Teller) prova con dedizione sacrale – veniamo calati in una dimensione mortalmente seria.

 

Il protagonista – vero asceta delle percussioni, privo di un’esistenza sentimentale e sociale – sogna di entrare nell’orchestra jazz del Conservatorio di Sheffer, diretta dal tirannico Fletcher (J. K. Simmons). Un giorno, un po’ per caso un po’ per premeditazione, il sogno si avvera. Ma si trasforma in incubo grazie ai modi dell’insegnante, deciso a utilizzare ogni forma di violenza verbale, psichica e fisica per spingere i suoi allievi oltre il limite, inseguendo l’obiettivo di lanciare il nuovo Charlie Parker.

 

Affilato come un rasoio e potente come un destro allo stomaco, Whiplash ribadisce per l’ennesima volta che un buon film ha bisogno di Conflitto, e di poco o nulla più.

Tuttavia, nascosta sotto le torrenziali sfuriate di J. K. Simmons (degne di Full Metal Jacket), la vera anima della storia non è conflittuale, bensì complice: Chazelle costruisce un film a due, l’incontro fra due personaggi caratterizzati dalla stessa smisurata ambizione che, da ultimo, riescono a stabilire un contatto sublimandolo nella prova artistica.

 

Penso alla lunga, fluviale esecuzione di “Caravan” che suggella il film: sottoposto alle devastanti vessazioni del maestro, Andrew ne conquista la stima con un’interpretazione perfetta, corredata di assolo virtuosistico. Se in altre pellicole sportivo/artistiche il personaggio otteneva la consacrazione (anche a prezzo della salute fisica o mentale) guadagnandosi il plauso degli altri, nel finale di Whiplash la consacrazione è negata: nessun applauso, nessuno cenno di apprezzamento chiude il film, che termina in concomitanza con l’ultimo colpo di batteria.

 

L’essenza del racconto sta tutta nello sguardo d’intesa che maestro e allievo si scambiano pochi istanti prima della fine: i due personaggi sono insieme, finalmente, e al tempo stesso sono separati dal mondo, indifferenti a ogni cosa che non sia la devozione cieca al loro ideale.

Poche immagini cinematografiche catturano, con altrettanta intensità, l’idea del sacrificio e delle chimere che possiedono l’animo degli uomini.

 


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