Chemistry #17 – Magic A is Magic A (Aa)

17 giugno 2015


di Davide Borgna

 

La sospensione dell’incredulità è uno dei principi fondanti della narrazione. Abbandonarsi al mondo creato dallo scrittore o dallo sceneggiatore, lasciandosi sedurre e mettendo da parte le resistenze che ci vincolano al reale, è condizione necessaria per trarre piacere da una storia.

 

Tale sospensione è per sua natura fragile, precaria: basta un dettaglio fuori luogo, una forzatura, una dimenticanza per spezzare l’incantesimo. Ciò è tanto più vero, paradossalmente, per quei racconti che ampliano i confini del possibile addentrandosi nei terreni del magico e del sovrumano.

Prova ne è il fatto che, anche nelle dimensioni più incredibili e aliene dalla nostra, vigono parametri, regole, limitazioni di cui il lettore/spettatore è messo a conoscenza.

In altre parole, anche il mondo fantastico possiede una sua tenuta interna, un insieme di nessi coerenti che ne governa il funzionamento: “supponete che in Chi ha incastrato Roger Rabbit un personaggio umano debba inseguire Roger, un cartone animato, verso una porta chiusa a chiave: Roger diventa bidimensionale, scivola sotto l’uscio e fugge. L’umano invece sbatte contro la porta. Bene. D’ora in poi, però, questa diventa una regola della storia: nessun essere umano può catturare Roger perché lui è in grado di diventare bidimensionale e fuggire”[1].

 

Forse perché l’enigma e il mistero sono inscritti nel loro Dna, gli inglesi sono specialisti nella “regolamentazione del fantastico”. I primi quattro volumi della saga di Harry Potter sono in pratica dei gialli dove la risoluzione della vicenda (e il coinvolgimento del lettore) risiede nella conoscenza dei principi su cui si fonda la magia, che possono essere (talora) aggirati con opportuni stratagemmi.

 

Ancora più estremo il caso di Death Note, manga-anime di culto che sfrutta i meccanismi del poliziesco-thriller dentro una cornice fantastica. La vicenda si svolge nel Giappone contemporaneo, dove un annoiato Shinigami (un Dio della Morte) lascia cadere nel mondo degli uomini il proprio strumento di lavoro: il “death note”, appunto, un quaderno che permette di togliere la vita a qualcuno semplicemente scrivendone il nome (purché si abbia ben impresso, al momento di vergare i caratteri fatali, il volto di quella persona nella nostra mente). Il quaderno viene trovato da Yagami Light, il miglior studente del Paese, dotato di un forte senso morale e di profondo disgusto per le brutture del mondo.

 

Yagami comincerà a servirsi del quaderno per decimare criminali e terroristi, e da qui anche gli immorali, i pigri, tutti coloro che non meritano un posto nel Nuovo Mondo che il protagonista si accinge a creare. E di cui, nelle intenzioni, diventerebbe il Dio di Giustizia: Kira.

 

Il lettore/spettatore accetta subito le regole straordinarie di questo gioco, lasciandosi irretire nella crociata folle e utopica di Light e nel confronto con “L”, l’investigatore assoldato per arginare la catena di morti che sta sconvolgendo il Giappone.

All’interno della storia il funzionamento del quaderno – che consente di variare tempo e modalità della morte a proprio piacimento – gioca un ruolo cruciale, permettendo ai contendenti di prevedere le mosse dell’avversario e di neutralizzarle, in una partita a scacchi che ha come posta finale il controllo delle coscienze e, dunque, del mondo intero.

 

[1] R. McKee, Story, Omero editore 2010, p.61.

 


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