Chemistry #18 – Idealism vs Cynism (Ivc)

23 giugno 2015


di Davide Borgna

 

I narratori si possono suddividere in due grandi gruppi: da una parte ci sono gli idealisti, che credono fermamente a un valore o a un complesso di valori e a questi conformano la loro opera; dall’altra vi sono i cinici, che con amarezza o sarcasmo descrivono il naufragio delle illusioni e delle certezze condivise.

 

Ho detto due, ma in realtà c’è un terzo gruppo: sono gli “osservatori”, che invece di farsi alfieri di un saldo idealismo o di un cupo pessimismo scelgono di ritrarsi, senza pontificare né condannare, contemplando con sguardo distaccato quel guazzabuglio confusionario, irrisolto e frammentato che è l’uomo.

 

Non è solo questione di persone: esistono tipi di storie che sono, più o meno dichiaratamente, votati al pessimismo o all’idealismo: si può citare per la prima categoria il filone “post-apocalittico”, incentrato sulla dissoluzione del consorzio sociale e sulla deriva bestiale dei suoi componenti, o, in maniera opposta e speculare, il “distopico” nel quale il progresso collettivo si aliena nel totalitarismo e nella disumanizzazione.

Per contro, generi come il melodramma o il film sociale tendono a celebrare le forze positive del sentimento e della cooperazione.

Oltre alle persone e alle storie, ci sono ovviamente i personaggi. Il protagonista è di norma l’epicentro del sistema morale del racconto, portatore di un messaggio cui l’autore può aderire con maggiore o minore convinzione.

Un caso emblematico in tal senso è Gran Torino (2008), non solo per il suo valore alto e universale di parabola sulla fraternità, ma anche per i circuiti virtuosi che innesca fra autore-genere-personaggio: al suo ventinovesimo film, Clint Eastwood omaggia e al tempo stesso irride con l’occhio di un settantenne la propria carriera, calando i vari pistoleri solitari e gli ispettori Callaghan nella figura cadente, rugosa e burbera di Walt Kowalski.

 

Gran Torino è film cinico, duro e al contempo privo di concessioni o scappatoie (come sempre nel miglior Eastwood). Un’elegia che tiene ben separati le asprezze e gli affondi della vita dalle storie che ci raccontiamo per meglio sopportarli – la figura di padre Janovich, indicativa in tal senso.

 

Proprio per il suo sconsolato cinismo il film risulta tanto più commovente nel gesto liberatorio che ne spalanca gli orizzonti, aprendo uno squarcio di vita nella conclusione.

 

Resta in sospeso la domanda cruciale: a chi appartiene il futuro? Agli idealisti o ai cinici? La risposta, se esiste, ci verrà suggerita a tempo debito da qualche discreto, paziente osservatore.


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