Chemistry #20 – Call to Adventure

8 luglio 2015


di Davide Borgna

 

La Chiamata all’avventura costituisce la prima tappa del Viaggio dell’Eroe, caposaldo narrativo le cui radici affondano nelle mitologie e religioni di tutto il mondo. Il protagonista, cresciuto nella bambagia dello status quo, è invitato a compiere un passo che altererà in maniera irreversibile la qualità delle sue esperienze: “in qualunque grado o stadio della vita esso si verifichi, l’appello solleva la cortina, sempre, su un mistero di trasfigurazione – un rito, o un momento, di passaggio spirituale che, quand’è completo, assume il valore di una morte e di una nascita. Viene superato il consueto orizzonte della vita; i vecchi principi, ideali, e sentimenti, non sono più validi; è giunto il momento di varcare una soglia”[1].

 

Spesso nelle opere più memorabili la Chiamata giunge tramite un araldo o messaggero, figura carismatica la cui venuta coincide con il perturbamento della tranquillità abitudinaria del (futuro) Eroe.

Che valore ha la raffinata, meticolosa descrizione di Casa Baggins nello Hobbit – con enfasi speciale sulla sua comodità – se non quello di far risaltare per contrasto gli scenari misteriosi e densi di pericolo verso i quali Bilbo è irretito dall’arrivo di Gandalf?

 

Le narrazioni più classiche e vicine al mito applicano il concetto di Appello in modo letterale: poco importa che la chiamata sia vocale (come in Tolkien), telefonica (molti drammi familiari cominciano con la comunicazione di un incidente o di un lutto), oppure “olografica” come il messaggio inviato dalla principessa Leila in Guerre Stellari, per il tramite di due buffi androidi.

 

La Chiamata può anche avere una dimensione intima, consumandosi (con annessi dubbi e resistenze) nell’animo del protagonista per tradursi infine nel gesto radicale, l’atto che sancisce l’apertura verso mondi nuovi – il fatidico attraversamento della soglia.

Molta narrativa di viaggio, avventurosa e “agita” per definizione, scaturisce da questa molla interiore. È il desiderio di combattere la malinconia e la depressione che spinge Ismaele a imbarcarsi in Moby Dick. Così come è il bisogno di sentirsi vive a incoraggiare Thelma e Louise a un’uscita “clandestina” in auto che, a partire da un drammatico imprevisto, assumerà proporzioni sempre più vaste toccando altezze anarchico-esistenziali: e il motivo del librarsi, con la carica di libertà e pienezza di Sé che sottende, costituisce il climax della parabola femminista di Ridley Scott.

 

Poiché l’uomo è fragile e votato all’errore, la Chiamata all’avventura può anche condurre lontano dalla diritta via: molte sono le storie incentrate su corruzioni, discese all’inferno sovente lastricate di buone intenzioni – Breaking Bad è forse l’esempio più avvincente e riuscito degli ultimi anni, in materia di audiovisivi.

 

Eppure, non c’è lettore o spettatore che, di fronte a una storia ben concepita, non difenderebbe la legittimità e il valore della Chiamata, la necessità di superare i limiti dell’Ordinario e di intraprendere il viaggio in cerca del nostro vero Io, il trofeo ambito che si cela dietro prove, mostri, dilemmi, incontri e peripezie.

 

[1] J. Campbell, L’eroe dai mille volti, Lindau, Torino 2012, p.66.

 


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