Chemistry #21 – Redemption Quest (Rq)

15 luglio 2015


di Davide Borgna

 

Il cattivo, si sa, è spesso più affascinante dei personaggi che gli si oppongono. Ciò proprio nella misura in cui persegue i suoi scopi con volontà indomabile, guadagnando una statura paragonabile a quella dell’Eroe del racconto.

 

Da questa fascinazione la narrativa ha sviluppato una serie di tropi dedicati al villain, dei quali il più appagante è costituito dal proverbiale riscatto: quali che siano le malefatte compiute durante la storia, al personaggio si offre un’ultima, decisiva opportunità di “fare la cosa giusta” ed egli la coglie. Spesso tale scelta gli costa la vita o la fortuna. Ma con essa ha ripulito la sua coscienza, riacquistando l’onore e l’attaccamento del lettore/spettatore.

 

Non c’è figura più commovente e monumentale, letterariamente parlando, dell’Innominato manzoniano. Personaggio feroce e cupo, arroccato in un castellaccio pieno di bravi, questo cattivo bigger than life viene colpito dalla purezza di Lucia, tanto schietta e disarmante da incrinarne la corazza facendo scoprire all’Innominato la sua stessa fragilità. Sicché, al termine di una notte di tormenti, deciderà di liberare la giovane e di abbandonare la roccaforte posta in difesa del proprio cuore, unendosi alla folla di popolani festanti che sciama a incontrare il cardinale Borromeo.

Così come personaggio toccante nella sua complessità è Severus Snape, la grande ombra di Harry Potter nella saga creata da J. K. Rowling, forse più del malvagio Voldemort. Il suo riscatto è struggente in quanto avviene a posteriori, tramite il percorso a ritroso nella memoria (tema cruciale nei capitoli più cupi e “adulti” di HP) che svela come dietro a ogni uomo, anche il più spregevole, si celi un mondo fragile di aspirazioni e desideri inappagati.

 

Un riscatto più sottile, al tempo stesso pietoso e non conciliatorio, è quello che si compie alla fine di Barry Lyndon (1975) di Stanley Kubrick: dopo aver truffato, raggirato, cambiato gabbana, sedotto, arrampicato ferocemente l’albero dello status sociale, dilapidato un patrimonio ed essere sprofondato in una vita dissipata, il protagonista deve affrontare in duello il suo figliastro.

 

Scontro impari, che avviene alla presenza imparziale dei testimoni e che con un rovescio della fortuna (un colpo partito accidentalmente) sembra favorire Barry. Eppure, dinanzi alla figura goffa e misera di Bullington, il protagonista decide di essere clemente. Dopo un’esistenza trascorsa manipolando e sfruttando gli altri, Barry si concede un barlume di umanità.

 

Gli costerà caro, anzi, gli costerà tutto. Se Kubrick rappresenta con freddezza da entomologo i meccanismi della sopraffazione e dell’oppressione sociale, la parabola di Barry si chiude con una nota di pietas, che da approfittatore senz’anima lo trasforma in canaglia dotata di cuore, irrimediabilmente umano suo malgrado.

 


Post Your Thoughts