Chemistry #22 – Hero’s Journey (Hj)

22 luglio 2015


di Davide Borgna

 

Il Viaggio dell’Eroe, il popolare modello narrativo canonizzato da Hollywood grazie al testo omonimo di Christopher Vogler[1], ha radici antichissime. Esso rimanda alle religioni e alle mitologie di tutto il mondo, che Joseph Campbell, psicologo nonché ispiratore di Vogler, considera come prodotti eterni della psiche, espressione di un Inconscio collettivo al pari delle visioni misteriose e simboliche dei sogni.

 

Mito e Sogno sono contenitori di archetipi, forme universalmente valide in cui ciascuno può riconoscersi. E l’Eroe, protagonista dei racconti popolari e delle leggende di ogni tempo, è “colui o colei che ha saputo superare le proprie limitazioni personali e ambientali e raggiungere le forme universalmente valide.”[2]

 

Non sorprende che l’industria dell’intrattenimento cinematografico e televisivo, desiderosa di diffondere i suoi prodotti in tutto il globo, si sia appropriata di tale modello; non solo trasponendo miti e fiabe sullo schermo, bensì coniando un paradigma a beneficio di scrittori, sceneggiatori e story editor.

 

Il Viaggio dell’Eroe non implica necessariamente un moto fisico, ma piuttosto un divenire. Se lo schema che convenzionalmente lo illustra è circolare, la circolarità non implica immobilità. Al contrario: il Viaggio si suddivide in tre momenti – Partenza, Iniziazione e Ritorno – entro i quali si compie la crescita dell’Eroe, il contatto con un mondo ostile e sconosciuto e il superamento di prove che lo condurranno, letteralmente o metaforicamente, a un passo dalla morte.

 

Dopo questo passaggio cruciale, che ha vari nomi tutti di ascendenza mitica – l’abisso, la caverna più profonda, il ventre della balena – l’Eroe rinasce, trasfigurato dalle esperienze vissute e pronto a riportare le proprie conoscenze nella società d’origine.

 

Il Ritorno è una tappa decisiva, spesso sottostimata dalle narrazioni soprattutto cinematografiche (dove la tendenza era ed è quella a un happy end solare e conciliante); in fin dei conti un Eroe, per essere tale, necessita di un riconoscimento. Ce lo insegna magistralmente l’Odissea: Ulisse, l’eroe multiforme, dopo aver navigato fra mille traversie e sgominato i Proci, deve sottoporsi a un’ultima, essenziale prova per farsi riconoscere dalla moglie Penelope, e successivamente dal padre Laerte. Deve cioè venire riammesso entro la cerchia domestica, armonizzare i cambiamenti che l’hanno reso un uomo nuovo con la sfera familiare in cui dovrà vivere la propria vita.

 

Va da sé che non sempre tutto fila liscio. L’Eroe può perire nello sforzo di raggiungere la meta, o scoprire al suo ritorno che il mondo che conosceva è cambiato a sua volta. Così egli si ritrova apolide, sradicato. È la sorte di Ethan Edwards alla fine di Sentieri selvaggi, sintetizzata dall’inquadratura entro la cornice della porta/soglia della Casa, contrapposta ai panorami sconfinati della wilderness.

 

Ha ancora senso, oggi, ricorrere al Viaggio dell’Eroe come modello narrativo? Ce l’ha nella misura in cui esso venga inteso non come schema astratto e astorico, bensì come serbatoio potenziale, suscettibile di variazioni, forme e incarnazioni differenti. Esattamente come i Miti, che non cambiano nella sostanza pur assumendo abiti diversi in ogni cultura, così il Viaggio dell’Eroe può continuare a fungere da bussola per esplorare tensioni e profondità della psiche, antiche quanto l’uomo stesso.

 

[1] C. Vogler, Il viaggio dell’eroe, Dino Audino Editore, Roma 2010.

[2] J. Campbell, L’eroe dai mille volti, Lindau, Torino 2012, p.30.


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