Chemistry #26 – Refuge in Audacity (Ria)

19 agosto 2015


di Davide Borgna

 

Quando un personaggio decide di violare le regole, di compiere un gesto illegale o un’azione qualsiasi che trasgredisca lo status quo del mondo narrativo, tale infrazione genera solitamente un tentativo di copertura, un agire del personaggio teso a occultare la propria condotta e a evitare la sanzione che incombe sulla sua testa come la spada di Damocle.

 

Il meccanismo è tipico del noir, dove il protagonista tenta fino all’ultimo di occultare le tracce per sottrarsi alle maglie della giustizia che lentamente si stringono intorno a lui.

 

Spesso storie ad alto tasso drammatico partono da uno scherzo o una piccola infrazione che produce effetti devastanti: Sleepers (1996) di Barry Levinson ha come incidente scatenante la marachella di quattro ragazzotti, che volendo rubare un hot dog finiscono con lo scaraventare il carretto del venditore giù per le scale della metropolitana, ferendo gravemente un uomo. L’episodio segna l’inizio del loro inferno personale nel riformatorio maschile Wilkinson, in balia dell’aguzzino Sean Nokes (Kevin Bacon).

 

Non tutti i personaggi, però, scelgono un basso profilo. Alcuni portano le loro trasgressioni a un livello così alto e plateale da consentirgli, paradossalmente, di cavarsela.

 

Il caso più emblematico di questa audacia è rappresentato, tutt’oggi, da Arancia Meccanica (1971): il film non è – come a lungo lo si è dipinto – una meditazione sulla violenza giovanile e sulla sua origine sociale. È piuttosto una parabola sul libero arbitrio (si veda la celebre invettiva del cappellano della prigione), che pone un quesito più radicale: fin dove è lecito spingersi nel limitare la libertà dell’individuo?

 

Il protagonista, Alex DeLarge, compie malefatte a ruota libera: ruba, picchia, violenta, il tutto con tale frenesia e tale sprezzo del pericolo da riuscire sempre a farla franca (finché non verrà tradito dai suoi stessi gregari). E il mondo di Alex, dominato dall’affronto costante all’autorità, è variopinto ed estroso, un mondo all’insegna dell’ultraviolenza e dell’inventiva linguistica; nel quale ci si muove a passi da musical e s’ingaggiano risse col sottofondo maestoso della Gazza Ladra o della Nona Sinfonia di Beethoven.

 

Di tutt’altro tenore è lo scenario che si affaccia dopo la “riabilitazione” di Alex, complice l’effetto castrante della Cura Ludovico: la seconda parte del film vede il protagonista vagare per sobborghi tristi e plumbei, trasformato in uno scialbo esponente della classe media, incapace di elaborare alcuna forma di ribellione all’ordine costituito. Significativamente, è proprio in questa veste rispettosa che Alex subirà i castighi per la sua condotta precedente, adesso che la sua facoltà d’espressione (violenta) è stata mortificata dai trattamenti imposti dal governo.

 

“La mia parabola, e quella di Kubrick”, ricorda Anthony Burgess, “vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente a un mondo programmato per essere buono o inoffensivo”.

 

Sarà proprio la capacità di Alex di riguadagnare se stesso, a costo di compiere un gesto estremo, a permettergli di tornare a realizzarsi stavolta con la complicità del Ministro-Governo.

Così, riottenuta la musica, la libido e gli impulsi distruttivi, Alex può infine celebrare la sua rinascita. “Ero guarito, eccome!”


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