Chemistry #27 – Darker and Edgier (Dae)

26 agosto 2015


di Davide Borgna

 

È un fatto assodato che le narrazioni contemporanee, scrollatesi di dosso varie costrizioni e limiti imposti dalla censura, abbiano incrementato negli anni il loro tasso di violenza, cupezza e cinismo.

Così come è altrettanto lampante che spesso tale dose di brutalità e pessimismo si sia ridotta a moda sensazionalistica, o peggio a strategia di marketing; di tale rischio era già ben consapevole uno scrittore americano, Bernard Malamud, che ammoniva a non sostituire “un’estetica del male al vero male della vita”[1].

 

Quali possibilità si offrono a chi, con consapevolezza e impegno artistico, intende rappresentare il quoziente nero dell’esperienza umana?

 

Le vie principali sembrano essere due. Da un lato, l’iper-stilizzazione che, nella misura in cui esaspera i contenuti, finisce per trasformarli in forma e idea-di-mondo: ne è un esempio la serie a fumetti Sin City (1991-2000) di Frank Miller, rivisitazione dell’universo noir e del suo nichilismo.

A Sin City il catalogo della corruzione è presente in tutte le sue declinazioni. Tuttavia, proprio in questa pervasività, in questo approccio “totale” l’opera guadagna un respiro cosmico, un’aura tragica che trascende il banale compiacimento per le vicende torbide che coinvolgono assassini, prostitute e poliziotti corrotti.

 

L’altra via è quella dello straniamento, dell’osservazione entomologica. In tal senso Funny Games (1997), già citato a proposito della demolizione delle aspettative spettatoriali, è fra le grandi opere teoriche della contemporaneità. Come ricorda Michael Haneke: “la sceneggiatura che avevo scritto, per cui a Baden-Baden mi avevano offerto del denaro che alla fine non ho utilizzato […], era un Funny Games senza le parti autoriflessive, quindi non era un film sul cinema violento. C’era solo la struttura drammatica, che però non mi interessava particolarmente, visto che ci sono milioni di film con una trama simile. È soltanto quindici anni dopo che ho avuto l’idea di farne un soggetto sui film violenti”[2].

 

Vero entomologo della nostra epoca è Charlie Brooker, che con Black Mirror realizza uno dei prodotti più neri e lucidi degli ultimi anni: nella serie britannica un’umanità futuristica ma già presente è schiava di appendici tecnologiche che, come un organismo parassitario, si estendono a contaminarla facendone emergere gli aspetti bestiali.

Basti citare il primo episodio, nel quale un artista performativo rapisce la principessa d’Inghilterra e il Primo Ministro è vittima di un ricatto mostruoso; per salvare la vita della beniamina del regno, deve sottoporsi a una prova aberrante: avere rapporti sessuali con un maiale in diretta televisiva.

Ben più mostruosa delle condizioni imposte dal rapitore, è la gogna mediatica che si scatena ai danni del protagonista, costretto dalla responsabilità politica che si porta addosso a sacrificare tutto ciò a cui tiene.

 

Black Mirror non è, malgrado ne assuma le spoglie, una serie fantascientifica: non mostra ciò che potremmo essere, ma ciò che già siamo. La metà oscura di ciascuno di noi è attiva e vigile, pronta a cogliere l’opportunità (la “miccia” fornita dal progresso) per emergere e avvilupparci.

 

[1] F. Longo (a cura di), Per me non esiste altro. La letteratura come dono, lezioni di scrittura, Minimum fax, Roma 2015, p.48.

[2] K. Conroy Scott (a cura di), Scrivere cinema, Isbn Edizioni, Milano 2009, p.55.


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