Chemistry #28 – Mind Screw (Scw)

2 settembre 2015


di Davide Borgna

 

All’inizio erano perturbazioni occasionali nell’atmosfera narrativa, squarci che rivelavano una corrente carsica, magmatica e irrazionale, svincolata dalle logiche del mondo ordinario. Come il bellissimo sogno curato da Dalí per Io ti salverò (1945) di Hitchcock, principio della ricognizione nelle memorie smarrite di John Ballantine (Gregory Peck).

 

Con l’avvento della psicoanalisi e del surrealismo, dell’onirico e dell’astrazione, la vena carsica è affiorata in superficie, disseminando crepe nelle pareti della narrazione classica. La realtà non è più un insieme di nessi spazio-temporali coerenti, ma una rappresentazione che alla causalità sostituisce l’andamento ondivago della fantasticheria, della reminiscenza e del sogno.

 

Questa tendenza, emersa ancora in età classica (il noir americano degli anni Quaranta è sensibile, al di sotto degli intrecci hard-boiled, all’indagine condotta sulle ferite della psiche) vive la sua stagione d’oro nel cinema del dopoguerra, con l’instaurarsi della politique des auteurs e dei suoi campioni: basti citare le monumentali costruzioni di Tarkovskij (Lo specchio, 1974) o l’estro di Federico Fellini.

 

O, spingendosi oltre, si veda il radicalismo di pellicole quali El Topo (1970) di Jodorowsky: non ci si accontenta più di attingere all’inconscio e all’onirico, ma si inscena un racconto dove spiritualismo cristiano e orientale si mescolano a veri “trip visivi” all’insegna di una distorsione lisergica tanto in voga nel decennio: che non a caso sarà brillantemente assimilata dalla produzione “commerciale” (vedi l’horror, ma anche gli spaghetti-western nostrani).

 

Per i cinefili odierni lo sperimentalismo, il surreale, la disgregazione dei registri narrativi tradizionali vedono il loro campione in David Lynch. Questi tratta materiali artistici ed esistenziali come materiali di scarto, come rottami alla deriva, risucchiati e riciclati nelle spirali oniriche del suo cinema. Non a caso il celebre Mulholland Drive lavora sull’iconografia più consolidata che c’è – l’immagine di Hollywood come capitale dei sogni – deformandola per mostrare ciò che essa è davvero: un incubo a occhi aperti.

 

Dopo la sbornia surrealista di metà secolo, oggi la vena carsica sembra tornata a scorrere in profondità. Non prosciugata, bensì assorbita entro le procedure convenzionali del cinema narrativo, oramai smaliziato al pari dello spettatore – anch’egli avvezzo a una maggior velocità, a un linguaggio più denso e frammentario.

 

Ha ancora senso, dunque, ricorrere al sogno e alla visionarietà per trasfigurare la narrazione? Sembra di sì, almeno a giudicare da un nutrito gruppo di opere in circolazione (spesso di orientali, maestri in quest’arte).

 

Ha senso non fosse altro per rammentare che i confini del reale sono lì per essere dilatati, violati, perturbati da forze misteriose che si agitano sotto la crosta fragile del quotidiano.


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