Chemistry #3 – La Struttura in Tre Atti (3As)

11 marzo 2015


di Davide Borgna

 

2. Sviluppo

 

Il Secondo Atto rappresenta lo scoglio più impervio per ogni sceneggiatore. Superiore in durata agli altri due (60 minuti contro 30, come insegna il paradigma classico americano), vede il protagonista misurarsi con un numero crescente di ostacoli e sfide, in un innalzamento della complessità che raggiunge l’acme nel Secondo Punto di Svolta, preludio allo scioglimento della trama.

All’interno del Secondo Atto è spesso presente un momento in cui il protagonista, dopo essersi destreggiato nelle prove precedenti, subisce un colpo di forza inaudita che lo getta in uno stato di debolezza e scoramento. È il passaggio che John Truby chiama “sconfitta apparente”, poiché qui “l’eroe raggiunge il suo punto più basso”[1].

 

Toccare il fondo è condizione necessaria per risollevarsi, cosa che generalmente avviene (o avveniva nella maggioranza dei film hollywoodiani). Un esempio memorabile in tal senso si trova ne I giorni del vino e delle rose (1962) di Blake Edwards.

Joe Clay (un Jack Lemmon in stato di grazia) è un pubblicitario che lavora come organizzatore di festini per i clienti della sua ditta, procacciando alcol e ragazze. Combatte l’insoddisfazione bevendo parecchio, più di quanto sia disposto ad ammettere. Attratto da Kirsten (Lee Remick), la bella e un po’ altezzosa segretaria del suo capo, la corteggia con un certo impaccio finché, superati i battibecchi e l’antipatia superficiale, i due s’innamorano. Il Primo Atto ha cadenze lievi, da commedia sentimentale, e termina quando Joe e Kirsten si presentano a notte fonda dal padre di lei, proprietario di un vivaio fuori città. Nella scena è palpabile l’imbarazzo della coppia che, appartatasi nei pressi della serra, rivela allo spettatore ciò che non ha saputo dire al suocero: i due si sono sposati. È il primo punto di svolta, nel quale il destino dei protagonisti si lega indissolubilmente.

 

Passa il tempo e, con esso, i giorni delle rose cedono il posto a quelli del vino: l’alcolismo di Joe si fa sempre più grave e nuoce alla famiglia (lui e Kirsten nel frattempo hanno avuto una bambina). Per stare accanto al marito, Kirsten prende la decisione fatale di cominciare a bere a sua volta: è il giro di boa verso la parte più drammatica del film. Dopo che Kirsten brilla ha accidentalmente dato fuoco all’appartamento, lei e Joe si rifugiano nel vivaio del padre, curando la loro dipendenza col sudore della fronte.

 

Dopo un periodo di armonia e sobrietà, una sera Joe propone alla moglie di festeggiare il successo, cavando fuori un paio di bottiglie furbescamente celate al suocero. In men che non dica i due sono ubriachi. Joe, che ha nascosto una terza bottiglia nel vivaio, si cala dalla finestra sotto una pioggia torrenziale per andare a recuperarla. Ma è talmente ubriaco che non ricorda dove si trovi; in preda alla disperazione, rovescia i tavoli e spacca un vaso dopo l’altro, in una sequenza condotta fino al parossismo al termine della quale si trova bagnato, sporco, piangente, degradato.

 

Poche altre scene esprimono in modo altrettanto memorabile la “sconfitta” del personaggio. E infatti, nella sequenza successiva Joe si trova in un centro di disintossicazione, da dove partirà il suo tentativo di risalita dal proprio inferno personale. La domanda che il film pone, arrivati a questo punto, è: riusciranno Joe e Kirsten a risalire dall’inferno insieme, come ci sono entrati?

 

[1] J. Truby, Anatomia di una storia, Dino Audino 2009, p.189.

 


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