Chemistry #31 – Deus ex Machina (Dx)

23 settembre 2015


 

di Davide Borgna

 

Il deus ex machina indicava, nelle antiche rappresentazioni greche, la discesa sulla scena di un attore impersonante la divinità, calato mediante un’apposita gru per simulare la venuta dalle dimore olimpiche.

Tramite quest’apparizione il dio risolveva un intreccio divenuto così grave e complesso da essere insolubile con le sole forze umane. Fungeva, insomma, da garante della catarsi e della soddisfazione del pubblico.

Questa forma d’intervento divino è ricorrente nei miti, dove gli dei provvedono a sedare una situazione dopo che essa ha raggiunto l’acme della sanguinarietà: la storia di Filomela, Procne e Tereo, una delle più cruente della tradizione ellenica, culmina con la trasformazione dei personaggi in uccelli (rispettivamente in usignolo, rondine e upupa) stemperando nella metamorfosi la cupa vicenda di abuso, violenza e infanticidio.

 

Nella letteratura popolare ottocentesca (e nel melodramma che da essa giunge fino a noi) il deus ex machina trova un corrispettivo nel personaggio che, grazie a un’informazione o a una conoscenza di cui è il depositario, permette la risoluzione felice della trama liberando l’eroe o l’eroina da una situazione di impasse: generalmente la funzione di questo personaggio è di essere veicolo dell’agnizione, un riconoscimento dell’identità che abbatte tutti gli ostacoli permettendo al protagonista di ricongiungersi alla famiglia, di ottenere i mezzi economici che lo liberino dalla miseria o di vivere felicemente l’amore con il proprio innamorato/a.

 

Nella contemporaneità il deus ex machina è stato bollato come espediente di bassa lega, sintomo dell’incompetenza dell’autore che non è in grado di escogitare un finale emozionante e coerente con le premesse narrative.

 

Ciononostante, la soluzione provvidenziale continua a sopravvivere e, il più delle volte, a fiaccare l’esito di un racconto: personaggi che nel momento decisivo si tirano indietro, fallendo e liberando della loro presenza l’angustiato protagonista (accade con alcuni villain). Viceversa, protagonisti che si salvano per il rotto della cuffia senza incorrere nelle sanzioni della legge (la serie Dexter ne ha fatto, di stagione e stagione, un vero ritornello).

Tra i deus ex machina del cinema contemporaneo, efficace proprio perché non cerca di nascondere il suo valore emotivo, c’è quello di Old Boy (2003) di Park Chan-wook.

Basato sul manga di Garon Tsuchiya, il film raggiunge picchi di terribilità degni della tragedia greca. Nel finale, per dare una requie impossibile al protagonista (e con lui allo spettatore) solo l’intervento di un’ipnotizzatrice può sgravare la storia dalle orribili rivelazioni che ne hanno costituito il climax. La levità del finale nel paesaggio innevato fa da contrappunto all’escalation che ci ha tenuti incollati allo schermo.

 

Significativamente, il remake (2013) di Spike Lee, deludente in buona parte, si distacca dall’originale proprio nella conclusione: abolendo il deus ex machina, Lee pone il suo protagonista (Josh Brolin) di fronte alla tremenda responsabilità delle sue azioni, facendogli compiere una scelta estrema ma proprio per questo estremamente morale.


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