Chemistry #32 – Cheat (Ch)

1 ottobre 2015


di Davide Borgna

 

Talvolta i narratori sono gente disonesta e truffaldina, che si comporta come quei bari che siedono al tavolo da gioco con un tris d’assi opportunamente celato nella manica.

 

Senza voler fare di tutta l’erba un fascio, potremmo dire che questa razza di cantastorie ama farci sentire a nostro agio, ostentare coerenza e lealtà, darci l’impressione di muoverci su un terreno solido… salvo poi, con un brusco colpo di mano, demolire le nostre illusioni.

Ciò accade ad esempio quando il principio della pistola di Cechov viene disatteso e il narratore viola il fondamentale patto fiduciario che lo lega al lettore/spettatore, tenendo per sé un’informazione essenziale alla comprensione della vicenda.

Le implicazioni di tale inganno sono profonde e temibili: rompere il patto con il lettore o il pubblico significa mettere in luce la natura fittizia dell’opera narrativa, spezzando quella cornice entro la quale si vorrebbe che chi legge o guarda fosse assorbito. Un atto così forte non può che suscitare la reazione rabbiosa e, conseguentemente, il distacco e talora il rigetto da parte del lettore/spettatore.

 

Due esempi basteranno. Per chi non volesse incorrere in spoiler, dirò che ci riferiamo a L’assassinio di Roger Ackroyd (1926) di Agatha Christie e a Paura in palcoscenico (1950) di Alfred Hitchcock.

Un romanzo e un film, entrambi dei whodunit, significativamente, ed entrambi seminali nell’impiegare un meccanismo che è divenuto un cliché di polizieschi e thriller contemporanei: la sistematica negazione dell’attendibilità che colpisce chiunque, personaggi, narratore, persino il lettore al quale viene rinfacciata l’incapacità di sbrogliare il mistero e accedere alla verità.

 

L’assassinio di Roger Ackroyd descrive l’omicidio di un facoltoso signore nella cittadina di King’s Abbot. Il narratore in prima persona è il dottor Sheppard, che assiste il detective Hercule Poirot nell’indagine. Nulla di strano, se non fosse che Agatha Christie bara e, nel finale del giallo, ci svela che l’assassino è proprio Sheppard: una rivelazione che tocca i nervi scoperti del lettore, perché il pacato dottore di provincia era il nostro vicario, l’osservatore che con la sua neutralità avrebbe dovuto fornirci indizi e testimonianze così da gareggiare in acume con Poirot. Ma Agatha Christie s’intromette e, ingannandoci con la convenzionalità dell’ambientazione, ci mette davanti agli occhi una lente deformante.

 

Paura in palcoscenico replica il raggiro con mezzi audiovisivi. Il film parte come una classica “fuga dell’innocente” hithcockiana, con i protagonisti che scappano in auto dalla polizia. Jonathan Cooper racconta alla sua fidanzata Eve quanto gli è successo, e il suo racconto viene mostrato al pubblico attraverso un flashback: l’attrice con cui aveva una relazione (Marlene Dietrich) in un impeto di rabbia ha ucciso il marito; disperata, si rivolge a Jonathan chiedendogli di tornare alla sua villa e portarle un abito pulito (quello che indossa è macchiato di sangue). Jonathan vi si reca, ma viene intravisto da una cameriera e sospettato ingiustamente del delitto. Da qui la sua fuga…

… anche qui niente di strano, se non fosse che il flashback, messo in scena con la consueta perizia da Hitchcock, è falso dalla prima all’ultima parola, nulla più che una volgare menzogna.

La violazione del patto fiduciario è ancora più potente che nel romanzo della Christie, poiché sfrutta il potere di verità delle immagini e con ciò smentisce la pretesa stessa del cinema di riprodurre la realtà, denunciandolo come congegno falsificatore e beffardo.


Post Your Thoughts