Chemistry #33 – Sealed Evil in a Can (Iac)

7 ottobre 2015


di Davide Borgna

 

Da sempre il Male popola il mondo degli uomini, senza che a questi sia dato di estirparlo. È però possibile – e in ciò le culture del globo mostrano un’esemplare affinità – isolarlo, confinarlo, bandirlo in un territorio dal quale esso getta la sua ombra senza possederci interamente.

 

Il confinamento dell’entità maligna, e la sua incauta liberazione da parte del protagonista, è un topos narrativo che dal vaso di Pandora giunge fino ai giorni nostri.

Nel folklore e nei miti, l’imprigionamento risponde alla necessità di esorcizzare forze che travalicano i poteri dell’uomo, generando un senso di rassicurazione e rafforzando la coesione della comunità.

In tal senso la liberazione del Male deriva spesso da un peccato di hybris, dall’individualismo egoista dei personaggi: nell’Odissea, sono la sconsideratezza e l’avidità dell’equipaggio a far sì che l’otre di Eolo venga scoperchiato, rilasciando la furia dei venti marini.

La stessa dinamica (a dimostrazione della persistenza di meccanismi mitici nell’industria hollywoodiana) si ritrova nel moderno cinema d’avventura, come nello spassoso La Mummia (1999), dove la sete di erudizione di Evelyn, che vuole decifrare a ogni costo il Libro dei Morti di Hamunaptra, scatena sui protagonisti il flagello dell’antico sacerdote egizio Imhotep.

 

Nell’era dell’antropologia e della psicoanalisi, il topos del Male sigillato ha continuato ad alimentare la fantasia dei narratori, ma è stato problematizzato e riletto criticamente: il confinamento del Male è un’illusione costruita per il quieto vivere. Ma quando l’essere oscuro irrompe nel nostro mondo, ci fa capire che il Male vero è sempre stato dentro di noi, simile al ragno che indugia al centro della tela, in paziente attesa.

 

Si tratta di un motivo ricorrente nel cinema horror. Tra le pellicole più rappresentative del decennio, The Babadook (2014) di Jennifer Kent è quella che porta alle estreme conseguenze questa tesi di fondo.

The Babadook è un film controverso: dice cose trite e ritrite, per di più usando stratagemmi consumati – i meccanismi della paura non si discostano da quelli di tanti film medi e mediocri: porte che gemono, lampadine che si fulminano, un senso d’inquietudine costruito mediante il vedo/non vedo. Esso sfrutta la più ancestrale tra le figure del terrore infantile, l’Uomo Nero che si annida nei luoghi intimi (l’armadio, il letto).

Qui, il Babadook è evocato a partire da un libro illustrato, tramite una sinistra filastrocca.

A rendere fresca la pellicola è la varietà di letture cui il Mostro si presta. Esso incarna il Lutto – quel grumo nero e strisciante che ci portiamo appresso e che tentiamo disperatamente di relegare in un angolo, assieme alla polvere e alle anticaglie. Ma può anche esser letto come metafora del maschilismo vigente nella società americana: è indicativo che il film sia diretto da una donna, e abbia una protagonista femminile (Amelia, il cui sguardo è quello dello spettatore).

La colpa di Amelia (la sua hybris) è di voler vivere senza l’avallo e la protezione domestica di un uomo. In tal senso Babadook, con la sua feroce pretesa di introdursi in casa, rappresenta la sanzione perbenista verso un nucleo familiare mutilo, inaccettabile.

 

Sia come sia, nel finale la storia conferma l’utilità e al tempo stesso il limite dei processi di “inscatolamento”: il Male si può rinchiudere, mai abolire del tutto. Babadook sublima tale dinamica in un finale struggente e perfino tenero, che lo riscatta da una messa in scena spesso convenzionale. E il finale, non a caso, si svolge in cantina, il luogo-oscuro personale di ognuno di noi, cui si addice la suggestiva descrizione di Gaston Bachelard nella sua disamina degli spazi domestici: “Nella soffitta, topi e ratti possono imperversare: se ritorna il padrone, rientreranno nel silenzio del loro buco. Nella cantina si muovono esseri più lenti, meno trotterellanti, più misteriosi. […] Anche col candeliere in mano, l’uomo nella cantina vede danzare le ombre sul nero muro”[1].

 

[1] G. Bachelard, La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari 1975, p.47.

 


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