Chemistry #34 – Artifact of Doom (Aod)

14 ottobre 2015


di Davide Borgna

 

La settimana scorsa abbiamo visto come il topos del confinamento delle forze maligne sfrutti nelle narrazioni la dialettica dentro/fuori, grande/piccolo. Tale dialettica si ritrova, rovesciata di segno, nel motivo dell’artefatto maligno ossia dell’oggetto concepito per veicolare e diffondere l’energia oscura nel mondo.

 

Che il Male allo stato di massima condensazione possa annidarsi nel minuscolo è tema che appartiene anch’esso al folklore: Calvino cita una leggenda legata a Carlo Magno, dove un anello stregato spinge il sovrano a forme insane e sconvenienti d’amore (prima per un cadavere, poi per il vescovo, infine per il lago di Costanza) distogliendolo dalla cura del regno[1].

Impossibile non collegarsi alla più celebre saga moderna, quella dell’Unico Anello forgiato “per ghermirli e nel buio incatenarli”: in Tolkien il Male, ben più che dall’occhio di Sauron che veglia incessantemente dalla fortezza di Umbar, è rappresentato dalle vestigia materiali e insignificanti dell’anello, capace di alimentare la vanità, l’egoismo e la sete di potere in ognuno di noi. Un motivo che avrà innumerevoli tentativi di imitazione nella ricca progenie di saghe fantasy contemporanee.

 

In un’ottica laica e sociale, una trattazione a parte andrebbe riservata al denaro, definito non a caso in età medievale “sterco del diavolo”.

Se il denaro non possiede l’icasticità di altri manufatti maligni, esso tuttavia compete con questi ultimi per capacità di condurre l’uomo alla dannazione: già L’isola del tesoro dà un quadro memorabile di questa bramosia, della febbre che travolge l’uomo soffocandone le remore morali. Quando Silver e l’equipaggio arrancano sulla collina diretti al punto dov’è sepolto il forziere di Flint, anche l’affetto del filibustiere per Jim scema: “Silver arrancava grugnendo sulla sua gruccia; le sue narici dilatate tremavano; bestemmiava come un turco quando le mosche gli si posavano sul volto acceso e lucido di sudore: dava furiosi strapponi alla corda che mi legava a lui; e di tanto in tanto si volgeva verso di me con un’occhiata assassina”[2].

 

Sul potere di dannazione dei soldi s’incentra l’ultimo, cupissimo film di Robert Bresson, L’argent (1983; dal racconto di Tolstoj La cedola falsa), nel quale una banconota contraffatta, passando di mano in mano per circostanze casuali, determina la rovina e successivamente il degrado morale di Yvon, abbandonato dai familiari e incarcerato.

Bresson filma questa parabola moderna con il consueto stile ascetico, rifiutando ogni catarsi e rappresentando un’umanità reificata, dove la cosa ha sostituito l’anima: il cuore del suo cinema non sono i volti dei personaggi, bensì le mani. Quelle mani che altrove erano strumento salvifico (Un condannato a morte è fuggito) o di caduta e redenzione (Pickpocket) qui si fanno portatrici di scambi e transazioni che alimentano la spirale nera e materiale in cui l’uomo è caduto, governata da quell’oggetto così sciatto all’apparenza e tuttavia tessitore dei nostri destini.

 

[1] I. Calvino, Lezioni americane, Oscar Mondadori, Milano 2014.

[2] R. L. Stevenson, L’isola del tesoro, Oscar Mondadori, Milano 1994, p.221.


Post Your Thoughts