Chemistry #35 – Golden Heart vs Dark Shadow

20 ottobre 2015


di Davide Borgna

 

In un racconto il personaggio solido, netto, “tutto d’un pezzo” come si usa dire, esercita indubbiamente una forte attrattiva. Ma se prendiamo questo “pezzo” e vi aggiungiamo una macchia, un piccolo neo bianco o nero a seconda dei casi, otterremo qualcosa di potenzialmente ancor più suggestivo in termini emotivi – ovvero una maggior identificazione suscitata dal personaggio in chi fruisce della storia.

È il principio taoista dello Yin e lo Yang, della compresenza (e compenetrazione) degli opposti: quello stesso principio che in Full Metal Jacket spingeva Matthew Modine a portare un simbolo di pace sulla divisa da guerra, attirandosi la strigliata d’un superiore.

 

Se l’ambiguità dell’uomo è il motore di ogni storia, pochi tipi suscitano maggior piacere narrativo di un duro dal cuore d’oro. Nel cinema classico Humphrey Bogart si specializzò nella parte del falso cinico, da Casablanca (1942) al Grande sonno (1946) a La regina d’Africa (1954). Quel Rick Blaine che gestisce con serafica impassibilità il night club a Casablanca, rifiutandosi di bere con i clienti, viene calamitato inesorabilmente al tavolo dalla fulgida apparizione di Ilsa (Ingrid Bergman).

 

Né si tratta di un’invenzione cinematografica: già Shakespeare aveva capito che anche il più sanguinario dei tiranni può macchiarsi di umanità. Macbeth non sarebbe Macbeth se nel suo cuore non albergassero i dubbi, le remore, i timori rinfacciatigli dalla consorte (“Hai paura ad essere nell’azione e nel coraggio quello che sei nel desiderio?”) e se, in seguito, le spire del rimorso non lo stritolassero in un gorgo di allucinazioni.

 

Associata a questa tendenza, di cui costituisce il rovescio, è l’ombra che va a macchiare la figura candida dell’Eroe: in altre parole, l’eroe tormentato o dal passato oscuro. Ci aveva già pensato Manzoni che dedica uno dei flashback più intensi del romanzo alla morte e rinascita di Lodovico, signorotto arricchito che a seguito di una tenzone finita in tragedia trova asilo nel convento dei cappuccini, e ne risorge, appunto, come Fra Cristoforo.

 

L’operazione di “sporcare” il protagonista segna, al cinema, il passaggio dei generi dall’età classica al periodo moderno: nel western, l’eroe a cavallo (erede dei molto più antichi paladini delle leggende cavalleresche) acquista una dimensione più complessa e tormentata nel dopoguerra; decisivo in tal senso l’Ethan Edwards di Sentieri selvaggi che costituirà il prototipo degli eroi crepuscolari dell’ultimo periodo. Un discorso analogo interessa generi come il poliziesco negli anni Settanta o il film bellico negli anni Settanta-Ottanta.

 

E gli eroi senza macchia, ci si domanderà, dove sono finiti? E i cattivi davvero cattivi, senza un’oncia di buonismo, possono persistere oggi al di fuori delle convenzioni di genere?

I due “tipi” paiono diventati mosche bianche (o nere), tuttavia sopravvivono. Citeremo due opere che si collocano idealmente agli estremi dello spettro umano contemporaneo: di Locke (2013) e del suo tenace eroe proletario avevamo già parlato; all’onestà di Tom Hardy opporremo la gelida follia di Anton Chigurh (Javier Bardem) in Non è un paese per vecchi (2007). Tra frotte di villains stereotipati, il ruolo di Bardem si smarca dai cliché guadagnando un’altezza titanica: cattivo fino all’osso, il suo Chigurh, ma anche personaggio che va oltre la cattiveria, oltre le nozioni stesse di bene e di male, nella misura in cui si fa incarnazione di un cosmo alla deriva, che ha smarrito ogni bussola morale, dove l’ago della bilancia risiede unicamente nel lancio fortuito e impassibile di una moneta.


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