Chemistry #37 – Idiot Hero (Ih)

4 novembre 2015


di Davide Borgna

 

In uno degli scorsi numeri si discuteva di due figure che, con alterna fortuna, si sono divise la scena narrativa attraverso i secoli: l’eroe puro di cuore e il cattivo tutto d’un pezzo, il villain per antonomasia. In effetti la storia delle metamorfosi dell’Eroe costituisce un’utile cartina al tornasole per comprendere l’evolversi della narrazione nel suo complesso.

 

Se in principio era l’eroe integro, che incarnava i valori sociali e morali della comunità – nel mito l’eroe è spesso fondatore, di città o nazioni – la sua nemesi moderna giunge con l’antieroe, che a vario titolo “sporca”, con la sua amoralità, il suo status di emarginato o le proprie turbe interiori l’immagine rassicurante e positiva dell’eroe comunitario.

La nemesi della nemesi, potremmo dire, che irride tanto al modello classico quanto alle imperfezioni della modernità, si ha quando l’eroe è, né più né meno, un sempliciotto, uno sciocco, per non dire un completo idiota. A ben guardare, rapportarsi a un personaggio stupido o inetto è più difficile che accettarne uno sordido e malvagio. All’Eroe vecchio stampo tutto si può perdonare, salvo la sua inadeguatezza.

Quest’ultima è il filo conduttore che, nel corso dei secoli, va a connotare questo sovversivo chiamato “Idiot Hero”: certo ne deve passare di acqua sotto i ponti, dai Don Chisciotte e dai Candido – personaggi che hanno come attributo essenziale l’ottusa mancanza di concretezza, la tendenza a lasciarsi sedurre dal piano dell’astrazione – prima che tale Eroe acquisti la centralità che gli compete. Si doveva attendere il Novecento, con i suoi incubi totalitari e il collasso delle magnifiche sorti e progressive, perché tale figura divenisse emblematica delle sorti dell’uomo moderno.

 

È quanto accade nel grande cinema comico, in primis americano, che di questo archetipo eroico fornisce l’espressione più sfaccettata, più struggente e poetica: le maschere slapstick, da Harold Lloyd a Chaplin a Buster Keaton, brillano come altrettanti Candido della nostra epoca. Solitamente spiantati, vagabondi, sempliciotti, con la loro inadeguatezza motoria e morale causano disastri in crescendo, per poi ritirarsi così, confusi come sono entrati, da un mondo cui non riescono a conformarsi. Essi sono la cartina al tornasole delle dinamiche grette e opprimenti d’una società che tende a rigettarli come corpi estranei. Attraversano i quadri del cinema muto goffi come l’albatros di Baudelaire e innocenti come angeli.

 

Sempre nel solco dello slapstick, impossibile non citare Clouseau, l’irresistibile ispettore vantone, lui davvero un idiota, tanto più rilevante per come getta nel ridicolo la tradizione poliziesca e l’icona del detective positivista, alla Sherlock Holmes. Il ciclo della Pantera Rosa, una delle migliori serie parodiche della storia del cinema, anticipa un fuoco di operazioni analoghe che, negli anni a venire, colpirà pressoché qualsiasi genere.

 

Ma la maschera forse più radicale e sovversiva è quella indossata da Jacques Tati nella sua breve ma immensa filmografia: in superficie, monsieur Hulot non si discosta dagli altri eroi slapstick menzionati. A cambiare è la cosmogonia di riferimento: Tati vaga tra scenari ipermoderni filmati con campi lunghissimi, passando dall’essere il protagonista a costituire uno dei tanti puntolini animati nell’inquadratura. Se nel cinema comico l’eroe è un idiota, in Tati è il mondo a essere un unico, reboante monumento all’idiozia. Un mondo fragile, nel quale un passo sbadato e lo staccarsi di una piastrella possono innescare il cataclisma: si veda la lunga, virtuosistica sequenza dell’inauguazione del ristorante, apice di quell’unicum nella storia del cinema che è Play Time (1967).


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