Chemistry #38 – Kid Hero (Kh)

11 novembre 2015


di Davide Borgna

 

Con l’esplosione della narrativa young adult che ha affollato le librerie (e gli schermi) di tutto il mondo, è cosa sempre più usuale che il protagonista di una storia vesta i panni del ragazzino o della ragazzina, dell’adolescente magari impacciato e timido, ma anche tenace, generoso, leale, in grado di trovare in sé forza e qualità insospettabili.

 

Nel numero dedicato agli Eroi-Idioti, si diceva che il tratto distintivo di tali personaggi è la loro sostanziale inadeguatezza, ammantata (come nei comici slapstick) di tenerezza e poeticità.

Si può dire allo stesso modo che il Kid, l’eroe ragazzino, gode di una speciale attenuante, legata all’età, rispetto all’Eroe adulto: ci si aspetta che il giovane protagonista sbagli, che sia avventato o egoista, salvo poi maturare durante il racconto. Se ne trova un esempio in quel magnifico precursore che è L’isola del tesoro, dove Jim Hawkins non solo è scapestrato fino all’incoscienza, ma anche sensibile alle lusinghe del Male incarnato da Long John Silver. La maturità, pare dirci Stevenson, è quel momento nel quale bisogna scegliere a quale codice di condotta conformarsi, accettando il peso delle proprie scelte.

 

La narrativa young adult canonizza, per così dire, questo senso di perenne insoddisfazione e questa bramosia che portano l’adolescente a scontrarsi con la famiglia, e in generale con tutti gli esponenti dell’autorità: Philip Pullman ben esemplifica il concetto nella trilogia Queste oscure materie, dove Lyra e Will si confrontano con un potere ecclesiastico che ha, al proprio vertice, una divinità impersonale e moribonda, designata appunto col nome di Autorità. Lo stesso principio si ritrova nelle saghe attuali: l’autorità qui assurge a Stato, a sistema totalitario che ingabbia il protagonista e pretende di governarne i desideri. Il meccanismo è alla base del successo di molte storie, poco importa che si traduca nella Katniss Everdeen di Hunger Games o nello sparuto gruppo di adolescenti fuggiaschi di Maze Runner.

 

Certo, non è solo la (comprensibile) immaturità e lo spirito di ribellione a caratterizzare l’Eroe ragazzino. È anche il candore, la curiosità, saper osservare il mondo con occhio meravigliato e sgombro da pregiudizi. È lo stupore col quale Harry Potter esplora il mondo dei maghi, assistito dalle conoscenze di Hermione e dal buon senso di Ron, nonché da quel nume tutelare che è Albus Silente. La Rowling sottolinea a più riprese l’incompetenza (come mago) del proprio eroe, elogiandone dall’altro lato l’empatia.

 

Harry vince, soprattutto, perché accetta i limiti imposti dalla condizione umana, riconoscendo la realtà inevitabile della propria mortalità. L’euforia e i sogni che accompagnano l’adolescenza devono essere traghettati in un mondo più grigio e crepuscolare, sotto il segno della Morte (che punteggia in modo crescente la saga), conducendo i protagonisti sulle sponde dell’età adulta. Ma in questa accettazione sta il nocciolo della saggezza, e va bene così; o, per dirla con la Rowling: “All was well”.


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