Chemistry #39 – Superhero (Sh)

18 novembre 2015


di Davide Borgna

 

Non c’è introduzione migliore a un ritratto del Supereroe dello splendido monologo che David Carradine alias Bill dedica agli eroi dei suoi fumetti preferiti in Kill Bill, vol. 2 (2004).

L’analisi di Bill sottolinea uno dei tratti fondanti della mitologia supereroistica, ovvero lo sdoppiamento del personaggio, diviso fra una personalità ordinaria e l’alter ego dagli immensi poteri. Il Super-Eroe è una creatura bizzarra, il cui successo planetario è basato su una contraddizione insanabile: quella fra un’immagine muscolare, tonica, sublimazione dei valori della giovinezza, e una latente fragilità che lo riporta suo malgrado a dimensioni umane – ed è questa la ragione per cui il più prestante dei supereroi, Superman, nonostante l’appassionato elogio di Bill, non ha mai avuto una fortuna paragonabile a quella dei suoi compagni d’imprese.

 

L’Eroe-Ragazzino deve sbagliare, confrontarsi con i propri errori, essere capace di compiere scelte da adulto. Il ciclo vitale del Supereroe comprende alcune fasi stabili, benché suscettibili di variazioni sul tema: c’è una fase iniziale di euforia e formazione nella quale il novello eroe, acquisite facoltà extra-ordinarie, deve imparare a disciplinarle e creare il suo alter ego. Emblematico il caso di Peter Parker, che non solo acquista dimestichezza con i poteri del ragno ma diventa fotografo di se stesso imbastendo un autentico battage promozionale per il suo Spiderman.

 

La fase della maturità è in genere segnata da un trauma, che scarica sul protagonista il fardello delle proprie responsabilità: spesso il trauma riguarda la perdita di una persona amata; ancora Spiderman, ma anche la morte di Rachel nella cupissima trilogia di Nolan dedicata all’Uomo Pipistrello.

 

Il segreto di Batman, la fonte dell’ammirazione che sopravanza quella per i suoi colleghi, sta nel processo di formazione dell’alter ego: se Superman nasceva Superman, Batman nasce da Bruce Wayne, è un progetto coltivato a prezzo di sacrifici immani. La sua radice non sta in un ideale di potenza sovra-umana; al contrario, le radici di Batman sono intime e vivono in ciascuno di noi, poiché riguardano la paura: il terrore infantile, capace di far breccia anche nei cuori più violenti. Per combattere l’oscurità, occorre un’oscurità ancor più ancestrale e mostruosa.

Ancora, Batman vive (come nel miglior noir) la scissione rispetto a una comunità che lo venera e lo teme al tempo stesso. Egli incarna il meglio e il peggio di Gotham, in lui la contraddizione è ai massimi livelli e ciò mette in luce la sua fragilità.

 

Una terza fase nel ciclo vitale del Supereroe è quella di declino e senilità, che potrebbe apparire una contraddizione in termini. Difatti, è molto meno battuta delle altre. L’Eroe qui è troppo fragile, troppo complessato, in definitiva troppo simile a noi per essere accettato senza riserve. La pietra di paragone in tal senso resta Watchmen, opera corale in grado di smantellare gli aspetti aurei del mito mostrandoci le ferite interiori del Supereroe, arrivato a un punto della propria esistenza in cui deve misurarsi con il peso delle sue scelte. Perché non c’è potere, non c’è allenamento, non c’è capacità che possa difendere l’uomo dalla lotta più ardua: quella con sé stesso.


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