Chemistry #40 – Guile Hero (Gh)

25 novembre 2015


di Davide Borgna

 

A seconda dei casi può chiamarsi cervellone, stratega, tessitore, eminenza grigia, manipolatore; in tutti i casi è una figura che si distingue per la capacità di architettare piani, di anticipare le mosse del nemico in una continua partita a scacchi. È un eroe che prevale grazie alla propria attitudine all’elucubrazione, cui spesso fa da contraltare l’inadeguatezza sul piano attivo.

 

Come si può intuire dalla varietà di denominazioni, fra tutte le tipologie di Eroe, questa è moralmente la più ambigua: la sua tonalità distintiva è il grigio, in contrapposizione al manicheismo dei bianchi e dei neri. L’eroe intelligente e pianificatore, e il tessitore di complotti sono due facce della stessa medaglia, pericolosamente vicine a fondersi.

 

George Martin ha fatto di questo personaggio un punto di forza nella complessa trama delle Cronache del ghiaccio e del fuoco. A muovere i fili nell’ombra, a provocare lo squilibrio e il rovesciamento dei rapporti di forza, a causare guerre o rivolgimenti non sono i cavalieri in armatura, gli eroi fantasy vecchio stampo, buoni solo per la nostalgia (vedi Ned Stark, il puro di cuore, incapace di comprendere il “gioco del trono”); bensì figure sgradevoli o enigmatiche come Ditocorto e Varys, prive di vigore fisico, ma capaci di riscrivere le regole a loro vantaggio.

 

Nella recente scena young adult, il corrispettivo degli intriganti martiniani è Plutarch Heavensbee, l’ex stratega col volto impassibile di Philip Seymour Hoffman; egli è la mente della Ribellione, nonché del disegno propagandistico avente per fulcro la Ghiandaia Imitatrice. Hunger Games è, fra tutte le saghe contemporanee, la più politica e la più spietata nel mostrare quanto l’Eroe sia vittima di meccanismi d’interesse. La stessa immagine di Katniss (da rivoltosa, a beniamina del popolo, a martire) viene continuamente ridefinita in base alle esigenze del momento.

 

Tra le espressioni più calzanti dell’eroe “grigio” è senz’altro la maschera indossata da Gary Oldman in La talpa (2011) di Tomas Alfredson. Smiley, il personaggio creato da John Le Carré, rappresenta l’antitesi del muscolarismo cinetico di James Bond. Non solo il protagonista, ma lo stesso Servizio Segreto descritto da Alfredson è improntato alla più consueta prassi aziendale, dominato dal grigiore anche al livello cromatico. Le azioni sul campo, situate in luoghi distanti da Londra, non sono che sussulti periferici rispetto al cervello operativo – che, tuttavia, è minato da un insidioso tumore, la talpa appunto.

 

Il film, intricato e a tratti ostico per lo spettatore, soffre di compressione malgrado le due ore abbondanti di durata: sembra che i nodi dell’intreccio, i momenti rivelatori, restino confinati nella testa degli agenti, burocrati in giacca e cravatta, elusivi e sarcastici come l’etichetta britannica impone. Sarà Smiley, il meno comunicativo, il più burocratico e dimesso, a spuntarla piazzandosi al centro della ragnatela.


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