Chemistry #41 – Tragic Hero (Th)

2 dicembre 2015


di Davide Borgna

 

Quali che ne siano l’età, il sesso, la società di appartenenza, il credo morale o religioso, l’Eroe tragico è vittima di una forza a lui superiore che lo soverchia, calamitandolo inesorabilmente verso la sconfitta e la distruzione.

Tale forza ha varie denominazioni. Nella tragedia classica era il Fato, necessario e imperscrutabile. Come sappiamo, Edipo tenta di sfuggire alla tremenda predizione formulata dall’oracolo di Delfi; ma, all’oscuro delle sue origini, finisce per emigrare nella propria città natia, Tebe, dove la profezia si avvererà. In questo affannarsi, in questo lottare vanamente contro il proprio destino, il personaggio acquista la sua tragicità (e attualità).

 

Dopo la rivoluzione industriale di metà Settecento e il trionfo della borghesia, la forza cambia nome e si fa più anonima e al tempo stesso più capillare: è il reticolo delle convenzioni, dei rapporti economici e delle gerarchie sociali a imprigionare l’eroe o l’eroina. Egli/ella non è più un individuo nobile, la cui levatura è direttamente proporzionale alla tragicità del proprio destino. L’eroe borghese è un volto tra la folla, preda di un determinismo che non lascia scampo. Ne era ben consapevole Flaubert, quando affermò che “la mia povera Bovary soffre e piange in venti villaggi di Francia”. La prigione di Emma è il piccolo mondo provinciale (il titolo originale è Madame Bovary: Mœurs de province) con i suoi rituali frivoli, da cui la protagonista evade attraverso la lettura dei romanzi – che, lungi dal lenire la sua melanconia, ne acuiscono l’alienazione.

 

Dalla Bovary deriveranno le eroine del melodramma e del noir, generi che entro le griglie del racconto popolare ribadiscono la lotta impari tra il personaggio e il suo destino. La differenza sta nel fatto che nel mélo la protagonista è spesso passiva, condannata a soffrire per un amore non corrisposto o avversato dalle condizioni sociali; laddove nel noir ella tenta di orientare le proprie sorti, inoltrandosi su una strada di perdizione (la proverbiale femme fatale), perseguendo un tentativo d’azione altrettanto vano.

 

Tra i narratori cinematografici, pochi hanno espresso il fatalismo e le nozioni di Lotta e Destino col rigore di Jean-Pierre Melville. Dal quale discende, attraverso slittamenti e variazioni, tutto il miglior cinema d’azione odierno, quello che si fregia del titolo di “crepuscolare”: da John Woo a Michael Mann a Johnnie To al miglior Liam Neeson (The Grey; La preda perfetta; Run All Night).

 

Gli eroi di Melville si contraddistinguono non tanto per il fato tragico, quanto per il contegno che oppongono a esso. Possiedono quella che Hemingway chiamava “grace under pressure”, un’eredità dello stoicismo. Tale è il sicario impersonato da Alain Delon in Frank Costello faccia d’angelo (1967), laconico e votato al compimento del proprio dovere, anche se questo implica il proprio annientamento.

Veramente nobili e degni della tragedia antica sono i personaggi de I senza nome (1970), il cui titolo originale, Le cercle rouge, rimanda a un aneddoto avente per protagonista il Buddha. Alain Delon, Gian Maria Volontè e Yves Montand interpretano tre sbandati che tentano il colpo grosso rapinando una gioielleria. Il film abbonda di fughe, ricerche, scontri, inseguimenti; ma il pessimismo cosmico di Melville fa apparire questo moto per ciò che è, nient’altro che uno zampettio di formiche dentro il cerchio rosso.

 

Ciò che resta è la lealtà dei protagonisti, un codice d’onore da mantenere a dispetto delle avversità, contro la potenza schiacciante del Destino.


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