Chemistry #43 – Action Girl (Ag)

16 dicembre 2015


di Davide Borgna

 

Parlare di personaggi femminili, specie con riferimento al cinema, significa inevitabilmente incappare in questioni di genere, ossia nelle problematiche legate alla “conformazione esclusivamente sociale dei ruoli maschili e femminili, applicabile quindi a donne e uomini, considerando le une e gli altri come insiemi ampi e articolati, attraversati da differenze di ceto, culturali, etniche, religiose, di orientamento sessuale, di età, ecc”[1].

 

È innegabile infatti che il cinema, fin dalle sue origini, nasca come medium maschile e che il suo sguardo sia, in rapporto al desiderio e alle istanze sociali, fortemente sessuato, per non dire sessista. Il divismo femminile di età classica risponde a tali istanze, vuoi per sublimarle, vuoi per smascherarle (il magnetismo esercitato dalle donne fatali ne è la prova); più spesso mantenendosi in equilibrio tra questi due poli.

 

Questo retaggio continua a influire sulla narrazione anche oggi, in epoca di femminismo e battaglie tra i sessi. Una delle sue manifestazioni è l’affermarsi proprio di quelle figure combattive, grintose e indipendenti che sembrerebbero, in prima battuta, ribellarsi alla convenzionalità del “femminino”. Basti pensare a Furiosa (Charlize Theron), amazzone del deserto in Mad Max: Fury Road (2015); alla possente Brienne di Tarth, paladina imprigionata in un corpo sgraziato e sgradevole nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco; o a Jessica Jones nella recente serie Netflix, sboccata e ruvida come i migliori detective della tradizione hard-boiled.

 

Insomma, il tratto comune a questi personaggi sembra essere una sistematica repressione della loro femminilità: come nel teatro elisabettiano la donna, per scombinare le sorti dell’intreccio, si camuffava da uomo (o meglio, l’attore che impersonava la donna ri-vestiva panni maschili), così nella narrativa odierna l’emancipazione dai ruoli subalterni implica, il più delle volte, il conferimento di attributi maschili. Forza fisica, in primis, ma anche indipendenza economica o sessuale.

 

Questi temi erano già presenti nel manga di Riyoko Ikeda Le rose di Versailles, fonte di un popolarissimo anime trasmesso da noi per la prima volta tra il 1979 e il 1980, col titolo di Lady Oscar.

Al centro della vicenda, ambientata a cavallo tra il declino dell’Ancien Régime e lo scoppio della Rivoluzione Francese, vi è Oscar François de Jarjayes che, spronata dal padre il quale avrebbe desiderato un figlio maschio, viene educata all’arte della spada vestendo l’uniforme della Guardia Reale. Benché non esente da turbamenti erotico-sentimentali, la scelta di Oscar è consapevole, perseguita con tenacia e fedeltà al proprio incarico; cingere una spada, combattere, marciare, vestire da uomo è l’unico modo per affermare le proprie idee, per non piegarsi alla tirannia maschile o a quella, ben più subdola, della corte. Ne è la prova lo straziante personaggio di Maria Antonietta, legata a Oscar da un rapporto di complicità e affettuosa stima: la regina di Francia vive come una prigioniera nelle algide sale della reggia, soffocata da una ragnatela di pettegolezzi, false lusinghe, complotti, rivalità.

 

Le due donne, unite-perché-diverse, refrattarie a sacrificare la parte vitale di sé, saranno risucchiate nel vortice della Storia, testimoni e poi vittime del collasso del grande mondo antico.

 

[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/gender-genere_(Dizionario_di_filosofia)/


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