Chemistry #44 – The Determinator (Det)

23 dicembre 2015


di Davide Borgna

 

Per un vero eroe, non esistono prove insuperabili. Armato delle sue qualità e di tenacia, il protagonista di una storia affronta ostacoli intimi o esterni, naturali o sociali, seguendo un cammino che lo condurrà a trasformarsi e a conquistare l’oggetto del proprio desiderio.

 

Tale percorso è alla base della narrazione classica, e specialmente del suo paradigma hollywoodiano, il Viaggio dell’Eroe. Tuttavia la determinazione, in sé, sarebbe poca cosa; l’aspetto interessante è che la tenacia, come altre qualità, è pericolosamente amorale e può quindi orientarsi sia su scopi nobili che su mete fosche o spregevoli.

Un personaggio può adoperare qualsiasi mezzo pur di accaparrarsi denaro o fama; può lottare per la conquista dell’uomo o della donna amata, in nome di un sentimento genuino; ancora, può battersi per un’idea o un principio, giusto o sbagliato che sia. Fini e mezzi hanno un valore relativo, poiché se il film è ben congegnato lo spettatore finirà sempre per identificarsi col protagonista, per divenirne complice.

 

La determinazione dell’eroe può servire una causa lodevole (il protagonista di Locke, conscio dei suoi sbagli, desidera fortissimamente fare la cosa giusta). O, viceversa, scaturire da un sentimento negativo: come in Sentieri selvaggi, dove Ethan (John Wayne) insegue la nipote mosso non tanto dal desiderio di salvarla, quanto dall’odio razziale. A tal proposito è illuminante un’inquadratura che rappresenta un autentico punto di svolta nel racconto: giunti a un avamposto militare, Ethan e Martin incontrano alcune donne che hanno vissuto come prigioniere dei Comanche. La vista di queste figure insane, dementi, atterrite, provoca un’ondata di disgusto in Ethan, sottolineata dall’avanzamento della cinepresa che ne isola in primo piano il volto. È un momento di rivelazione del personaggio, la cui espressività esula dagli stilemi classici. “Un’inquadratura fantastica” dirà lo stesso Wayne. “Eccezionale. Chiunque può metterci i suoi pensieri. Non sei costretto a pensarla in un modo o nell’altro”[1].

 

Il prototipo dell’eroe determinato è l’eroe in cerca di vendetta. Niente può distoglierlo dal placare il suo bisogno di giustizia (generalmente, l’eroe cerca vendetta per un torto subito). Ma gli sceneggiatori smaliziati sanno che perfino l’eroe più indefesso necessita di un momento di vulnerabilità, o di dubbio. Un personaggio che non esita mai rischierebbe di apparirci lontano, bloccando in tal modo l’immedesimazione.

 

Prendiamo una delle vendette più feroci del cinema contemporaneo, Kil Bill: Beatrix Kiddo (Uma Thurman) è implacabile nel massacrare i sicari che le hanno distrutto la vita. Neppure lei, però, è esente dal mostrare un barlume di umanità. Succede in una delle sequenze iniziali, quando, dopo aver ucciso l’ex assassina Vernita Green sotto gli occhi della figlia, Beatrix esce di casa e sale sulla “Pussy Wagon”.

Il fermo proposito della protagonista è tutto nel gesto con cui, una volta in macchina, cancella il nome di Vernita dalla sua “lista delle cinque morti”. In sottofondo, la voce over di un maestro orientale invoca la repressione dei sentimenti, necessaria a prevalere in battaglia (“Uccidete chiunque vi ostacoli, ancorché fosse Dio, o Buddha in persona”); eppure, un istante prima di avviare il furgoncino, Beatrix si volge in primo piano, la cinepresa indugia sugli occhi, qualcosa sembra turbare la donna. Un rimorso di coscienza? Può darsi. È solo un attimo, e non si ripeterà, ma per noi spettatori è sufficiente.

 

[1] P. Bogdanovich, Chi c’è in quel film? Ritratti e conversazioni con le stelle di Hollywood, Fandango Libri, Roma 2008, p.415.

 


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