Chemistry #45 – Five Man Band (5ma)

13 gennaio 2016


di Davide Borgna

 

Spesso, anziché fondarsi su un solo protagonista mosso dai propri desideri, una storia mette insieme un pugno di personaggi che, uniti da circostanze più o meno fortuite, affrontano le avversità, ciascuno con motivazioni diverse, ma trovando infine un’intesa o uno scopo comune.

Per qualità e temperamento, i membri di questa compagnia (il 5 è numero ricorrente) si integrano alla perfezione: c’è il leader retto e carismatico, cui si affianca/contrappone un elemento più cupo o ambiguo; c’è il personaggio forte e candido e quello debole ma intelligente; c’è di solito una presenza che funge da collante fra le altre, per sensibilità: spesso si tratta di una figura femminile. Naturalmente le cose non sono così semplici, anzi molte storie enfatizzano vizi o debolezze per alimentare le traversie dei personaggi: Guardiani della galassia ne è un esempio emblematico.

 

La brigata, il gruppo, diventa personaggio a sé, trascendendo i particolarismi e i conflitti che puntualmente avvengono al suo interno. Le narrazioni catastrofiche e post-apocalittiche hanno fatto di questa dinamica l’asse portante: la popolarissima serie a fumetti The Walking Dead, creata da Robert Kirkman, si fonda su un costante ricambio di ambientazioni e personaggi. Malgrado la presenza di figure forti come Rick Grimes, più che il singolo contano gli equilibri della comunità, gli esperimenti sociali (spesso effimeri o deviati) che i superstiti mettono in atto a seguito dell’epidemia zombie.

 

Talvolta la brigata è l’unica fonte di certezze in un mondo che ha perso gli altri riferimenti. Ne Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, i cinque desperados capeggiati da Pike Bishop (William Holden) vagano per una Frontiera al crepuscolo in un viaggio senza meta, dove l’unica ragion d’essere è continuare a muoversi, a cavalcare. Il finale del film è segnato da una catarsi sanguinosa ma anche da una rinascita: Deke, l’ex membro della banda che per tutto il tempo ha inseguito i compagni, sorride e monta in sella verso un’altra avventura, un’altra frontiera.

 

A dimostrazione di quanto il gruppo sia compatto e vitale, esso supera il nucleo domestico come centro stabile degli affetti. Ciò è evidente nelle storie sulla “gioventù bruciata”, da I selvaggi ai Giovani guerrieri, da Sleepers a This is England. Ne I ragazzi della 56ma strada (1986) di Francis Ford Coppola, rievocazione struggente di un’età (la giovinezza) e un’epoca (quella del grande cinema hollywoodiano), i membri della banda dei Greasers vengono da famiglie assenti o degradate; il legame tra loro è più forte di quello sancito dal sangue.

Nel romanzo Ribelli da cui è tratto il film, c’è un momento in cui il protagonista Ponyboy s’interroga sui motivi per i quali la sua banda lotta contro i rivali Socs: “Adesso c’ero. Soda si scazzottava per divertimento, Steve per odio, Darry per orgoglio, e Quattro-Soldi per conformismo. «E io?» mi chiesi, e non riuscii a trovare una ragione valida”[1].

Come ogni buon protagonista, Ponyboy si pone domande, pensa, cresce. Ma la sua maturazione non potrebbe avvenire senza il tessuto fraterno, caldo e accogliente nonostante l’indifferenza del mondo fuori, rappresentato dai compagni e amici di sempre.

 

[1] S. E. Hinton, Ribelli, Piemme, Casale Monferrato 1997, pp.186-87.


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