Chemistry #47 – The Ace (Ace)

27 gennaio 2016


 

di Davide Borgna

 

L’asso è il personaggio contraddistinto da un’abilità di qualche tipo: egli ne è il campione, quale essa sia.

Di solito tale ruolo non si addice al protagonista, che tuttavia può lottare e migliorarsi nel corso della storia, desiderando affinare le proprie capacità per raggiungere l’eccellenza. L’asso è dunque un ideale, un modello cui rifarsi: può apparire in veste di mentore, ma anche in quella di avversario finale, di nemesi. A volte non compare affatto, ma la sua presenza aleggia comunque all’interno del mondo narrato: il grande sassofonista Charlie “Bird” Parker è l’idolo di Andrew Neiman in Whiplash (2014), simbolo di una perfezione esecutiva che il protagonista ricerca con ossessione, arrivando letteralmente a spellarsi le mani sulla batteria.

 

Le doti dell’asso, come figura narrativa, coincidono con i suoi limiti. Il rischio implicito è che il personaggio si appiattisca, legandosi eccessivamente alle sue abilità e perdendo di spessore nonché d’interesse drammatico: un personaggio troppo capace, troppo perfetto, viene presto a noia. Per fortuna l’ironia del narratore è sempre pronta a smorzare i toni: negli Spietati, la ferocia di William Munny è decantata a parole da un suo ammiratore, il giovane e animoso Kid. Ma questo ritratto di assassino freddo e senza paura stride con l’immagine dimessa, cadente e tormentata del protagonista. Cavalcando con il vecchio compagno Ned, assistiamo a questo scambio di battute: “Riguardo a quei vicesceriffi che quasi ti ammazzavano… mi ricordo che sparasti a tre uomini, non due!”. La risposta, breve e irritata, di Will è: “Non sono più così, Ned!”

 

Più che l’enfasi sulle doti del personaggio, quindi, è la loro negazione a costituire un meccanismo narrativo efficace. Lo si vede in uno dei capolavori del cinema americano, Lo spaccone (1961) di Robert Rossen. Se c’è un racconto legato alla nozione di abilità è proprio quello di Eddie Felson (Paul Newman), il cui soprannome, lo Svelto, già ci dice tutto sul carattere del personaggio e sulle sue ambizioni. L’asso della storia è Minnesota Fats (Jackie Gleason), il giocatore dalle mani grassocce, antitetico in tutto al protagonista, dalla presenza fisica ai modi pacati.

La grandezza struggente del film sta nel contrapporre, al mondo quasi leggendario del biliardo, uno scenario grigio e deprimente, fatto di tavole calde, stazioni e anonime camere d’albergo. In questo mondo tetro ci si può smarrire, perdendo la fiducia in se stessi. È quanto accade a Eddie, che cerca rifugio tra le braccia di Sarah, un’esclusa come lui.

Per riscattarsi da una vita senza prospettive, resta la magia del tavolo, l’urto delle bilie che si scontrano o cadono in buca; qui il talento si innalza al di sopra dello squallore, diventa un modo per accedere al divino. Non a caso, dice Eddie, nella sala da biliardo c’è silenzio: come in chiesa.


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