Chemistry #48 – The Gunslinger (Gun)

3 febbraio 2016


di Davide Borgna

 

La settimana scorsa abbiamo parlato di personaggi caratterizzati da una certa abilità, posseduta o portata a un livello di eccellenza. Senza dubbio la declinazione più celebre, universale nella sua popolarità, di tale principio è rappresentata da uno dei beniamini del mondo narrativo: il pistolero.

 

Che sia un cowboy, un cacciatore di taglie o un bandito, il pistolero dei romanzi e delle pellicole western non è semplicemente colui che possiede e maneggia una pistola. A conferma del principio di eccellenza, il pistolero è chi fa uso della pistola meglio di chiunque altro. È insomma “la pistola più veloce del West”, espressione non a caso divenuta proverbiale e rappresentativa di tutto il genere.

Perché tale insistenza sulla perizia con le armi? Non soltanto perché, nelle storie di Frontiera, l’arma da fuoco è lo strumento drammatico primario, da cui scaturiscono i maggiori twist narrativi (il duello – oggetto, come spiega Giampiero Frasca, di una vera e propria liturgia[1] in cui si attivano tutti i codici della messa in scena). La pistola costituisce un’emanazione del personaggio, in cui si riassumono i suoi valori e, con essi, il mondo sociale di cui il personaggio è a sua volta l’espressione. Lo dice in modo chiaro e programmatico Shane, protagonista de Il cavaliere della valle solitaria: “La pistola è un arnese né peggiore, né migliore di tutti gli altri. L’ascia, la zappa, la vanga: che ne esca del bene o del male, dipende da chi la usa”.

 

Nella fase di declino del genere, è inevitabile che la pistola, come appendice dell’eroe, finisca dismessa, abbandonata in un cassetto o data in pegno; anche le capacità del pistolero vengono sminuite o ridicolizzate, riflettendo il tramonto del vecchio mito della Frontiera.

 

La mitologia del pistolero, tuttavia, non si esaurisce con il western. A metà degli anni Settanta essa filtra in nuovi generi: il poliziesco metropolitano anzitutto (in tal senso, la serie sull’ispettore Callaghan interpretata da Clint Eastwood è un vero e proprio passaggio di consegne) e certo noir iperrealista e crepuscolare. Capostipite di quest’ultimo filone è Jean-Pierre Melville, i cui eroi stoici riprendono, virandolo al tragico, il personaggio del guerriero errante: Alain Delon è protagonista di Le samourai (1967), da cui Jim Jarmusch trarrà Ghost Dog con Forest Whitaker. In questi film la pistola è un semplice strumento: essa passa in secondo piano dinanzi alla personalità spiccata del suo possessore. Anche il cinema orientale si è appropriato del modello, costruendo una serie di protagonisti che coniugano abilità e un forte codice etico: dall’assassino di The Killer (1989) di John Woo fino al Johnny Halliday di Vendicami (2009) – che non a caso era stato originariamente pensato per Delon.

 

All’opposto di questa tendenza, il pulp contemporaneo ha moltiplicato la brutalità e il tasso di morte. Qui il numero iperbolico di uccisioni e conflitti a fuoco porta a un’inflazione dell’oggetto-pistola e della stessa figura del pistolero: i nobili valori sono solo un ricordo, perduto con il naufragio dell’ideologia e dei modelli morali.

 

[1] Si veda G. Frasca, C’era una volta il western. Immagini di una nazione, UTET Università, Novara 2007, cap.4 “Liturgia del duello”.


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