Chemistry #51 – Flanderization (Fln)

24 febbraio 2016


di Davide Borgna

 

Nel gergo della narrazione, “flanderization” indica la tendenza per cui un singolo tratto o comportamento di un personaggio viene ingigantito ed esasperato fino a inglobare completamente il personaggio stesso. Il termine deriva da Ned Flanders, uno dei personaggi più popolari della serie I Simpson: il quale in origine era un capofamiglia posato e perbenista, ma che con l’evolversi della saga divenne un bigotto la cui ossessione religiosa rasenta la follia, contrapponendosi al profilo fancazzista di Homer.

 

Ned Flanders è certamente un esempio azzeccato; ma il procedimento chiamato “flanderization” ha radici molto più antiche. Esso è tipico della creazione di personaggi comici – basti pensare alla Commedia dell’Arte, le cui maschere si caratterizzano proprio per l’esasperazione di un certo tratto psico-somatico (la fame per Arlecchino; l’avarizia per Pantalone ecc.). Ma anche i grandi interpreti della commedia all’italiana – non a caso detti mostri – agivano in modo simile, seppur con maggior ricchezza di sfumature. Il comico necessita sempre, in qualche misura, di un’esasperazione: ciò vale non solo per la tradizione teatrale e cinematografica, ma anche per il cabaret contemporaneo di George Carlin o Louis CK.

 

Accrescere, esasperare, ingigantire un tratto psicologico fino alla mostruosità non è strategia esclusiva del comico. Le storie di ossessione e follia usano spesso questa tecnica per creare una lenta, inarrestabile vertigine in cui viene risucchiato il protagonista. Farò solo due esempi: L’inquilino del terzo piano (1976), uno dei migliori film di Polanski, è la discesa nel baratro della pazzia di un immigrato che introietta l’avversione degli altri inquilini, trasformandola in delirio di persecuzione. Dopo un’incubazione lenta, tale delirio accelera fino alla conclusione in cui Trelkowski (interpretato da Polanski stesso) si getta dalla finestra del suo appartamento.

 

Il secondo esempio proviene dal cinema italiano: La grande abbuffata (1973) di Marco Ferreri comincia come un film goliardico, contraddistinto dall’eccesso alimentare e sessuale. Non a caso fra i protagonisti c’è Ugo Tognazzi, uno dei “mostri” della commedia all’italiana. Tuttavia, man mano che la storia procede, quello che pareva un innocuo weekend fuori porta tra quattro amici mangioni, si trasforma in un solenne rito suicida. Anche qui l’esasperazione è graduale ma inesorabile, suggellata da una battuta di Tognazzi all’amico Michel: “Se tu non mangi, tu non puoi morire”.


Post Your Thoughts