Chemistry #52 – Cloudcuckoolander (Ccl)

2 marzo 2016


di Davide Borgna

 

Svanito, con la testa fra le nuvole, estraneo ad argomenti basati sull’evidenza o la logica: il matto o lo scemo del villaggio è figura che popola i generi più diversi di storie. Solitamente vi compare nel ruolo di comprimario o comparsa; spesso porta con sé un’aura di buffoneria innocente, del tutto priva di malizia: il vecchio Mose Harper di Sentieri selvaggi ne è un buon esempio, con il suo tono cantilenante e il desiderio infantile di una sedia a dondolo. Nel film, Ford aggiunge ironia all’ironia quando Harper, caduto nelle grinfie degli Indiani, si salva fingendosi matto: un piccolo sberleffo che mostra la capacità del cinema classico di dare profondità anche ai personaggi marginali.

 

Un personaggio simile è raramente in grado di adattarsi all’ambiente comune. Ne consegue che raramente esso ha la stoffa del protagonista. Fa eccezione la nutrita schiera di eroi slapstick su cui ci eravamo già soffermati in un precedente numero. Tra tutti, forse l’emblema del personaggio “tra le nuvole” è Jacques Tati, che si muove fra scenari ipermoderni con passo di papera, innescando catastrofi suo malgrado.

 

Attenzione, però: non sempre il ruolo dello scemo è confinato in una cornice umoristica. A conferma della sua duttilità, questa figura può affacciarsi anche nelle storie più sanguinose. Ne La promessa dell’assassino (2007) di Cronenberg, del giovane Ekrem si dice che è stato “toccato dagli angeli”. Proprio per il suo candore, egli mette in risalto ancora di più l’ambiente feroce e la spirale di violenza in cui il film ci trascina, e dove Ekrem stesso finisce con l’assumere il ruolo di vittima sacrificale.

 

Un altro esempio memorabile è quello di Biagio (“stulidus Blasius”, “Biagio lo scemo”), uno dei personaggi del romanzo La chimera di Sebastiano Vassalli. Un ragazzone tardo e analfabeta che s’innamora della bellissima protagonista Antonia; finché le sue padrone, le malevole sorelle Borghesini, decidono, per troncare in lui questo folle sentimento, di ricorrere alla castrazione. In realtà Biagio è l’unico che ami Antonia di un amore incondizionato, che ignora le convenzioni sociali, e che proprio per questo è inaccettabile:

 

“A metà della notte lo scemo tornò fuori – si seppe poi che era riuscito a sfondare l’uscio del ripostiglio in cui dormiva – e corse verso la casa dei Nidasio. C’era luna piena. Il gracidio delle rane s’era quietato da poco ed era forse l’ora quarta del tramonto, cioè la una di notte, quando il silenzio del paese addormentato fu squarciato dal grido: “An-to-niaaa! An-to-niaaa!”.

Si svegliarono i cani; successe il finimondo. I famigli, gli schiavandaj, le macchine umane dell’agricoltura dell’epoca, strappati a forza dai loro sonni senza sogni, imbestialiti dal risveglio, seminudi, scesero in strada per far tacere lo scemo: con le lanterne, con i manici delle zappe, con le funi che gli servivano per legare il toro al tempo della monta.”[1]

 

Qui lo scemo del villaggio diventa il simbolo tragico di una comunità fondata sul pregiudizio e la repressione, incapace di guardare ciò che è puro o bello senza scorgervi le tracce del Male.

[1] S. Vassalli, La chimera, BUR, Milano 2015, p.164.


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