Chemistry #58 – Dynamic Character (Dyn)

13 aprile 2016


di Davide Borgna

 

Una delle virtù del personaggio protagonista (anche se non solo sua) è la possibilità di cambiare. Il cambiamento, l’abbiamo detto più volte, è una condizione importante per rendere dinamico e coinvolgente l’arco narrativo; alla fine di una narrazione classica, tipicamente il personaggio non solo ha ottenuto ciò che voleva – cioè ha conquistato l’oggetto del proprio desiderio – ma ha anche imparato qualcosa. È un modello ricorrente nelle fiabe e nei racconti per l’infanzia.

 

Va da sé che non sempre si cambia in meglio. Le storie di personaggi corrotti o perduti ci coinvolgono perché in esse riconosciamo una debolezza che è anche nostra, che potrebbe (sempre che si verifichino circostanze fuori dell’ordinario come quelle che spesso innescano le trame noir) indurre anche noi a cadere, a perderci. La maturazione dell’Eroe è interessante quanto la sua discesa nel buio: ma è sempre il mutamento che consente alla storia di mantenere la sua vitalità.

 

Il motivo per cui le serie tv, soprattutto americane, risultano così appassionanti è che dispongono di un monte ore di gran lunga superiore a quello di un film, nel quale possono approfondire i personaggi, esaminarne le debolezze e i lati oscuri. In Breaking Bad, Walter White si trasforma gradualmente da spaurito padre di famiglia a crudele trafficante di droga; in Game of Thrones i personaggi soffrono e maturano in seguito alle vicissitudini che li vedono protagonisti; in The Americans, le due spie russe infiltrate negli Stati Uniti devono confrontarsi con il loro lato emotivo, che rende difficile svolgere missioni che esigono risolutezza e assenza di umanità.

 

Poiché dispone di un limite temporale molto più stretto, un film non può indugiare troppo nello studio dei personaggi. Deve far avvenire il cambiamento e trasmetterlo allo spettatore in modo credibile ed efficace, senza però sacrificare l’azione drammatica. Spesso la trasformazione intima del personaggio è epifanica, ossia incentrata su un singolo momento che funge da spartiacque narrativo. Uno degli esempi più belli è la scena de Il verdetto in cui l’avvocato Frank Galvin (Paul Newman) si reca in ospedale dalla sua assistita, una donna che è in coma a causa della negligenza di un medico.

Frank inizia a scattare delle fotografie da usare nel patteggiamento, così da indurre i legali dell’accusato a sborsare una somma cospicua. Ma mentre armeggia intorno al letto d’ospedale, fotografando questa donna che sopravvive attaccata a un respiratore, qualcosa s’incrina in lui. Frank realizza cosa è stato fatto a questa persona e, al tempo stesso, come ha potuto lui ridursi a voler patteggiare. Il suo sguardo cambia, una delle istantanee cade sul letto e la vediamo definirsi gradualmente. Questa messa a fuoco è un simbolo magnifico dell’epifania di Frank; e il tempo di sviluppo della fotografia è il tempo, cruciale, con cui la sceneggiatura rende intenso e verosimile il cambiamento che di lì a poco vedremo manifestarsi nel personaggio.


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