Chemistry #7 – The End (End)

8 aprile 2015


di Davide Borgna

 

“La fine è importante in tutte le cose”, dice la giovane Pearline al termine di Ghost Dog – Il codice del samurai (1999), citando l’Hagakure. Come nella vita, la fine è imprescindibile anche dalle storie: è il congedo nel quale ci si distacca dal mondo fittizio per tornare a quello reale (un movimento espresso dal carrello/dolly all’indietro che chiude molti film classici).

 

Dal finale dipende il modo in cui la storia verrà interiorizzata, arricchendo il nostro bagaglio esperienziale: nella drammaturgia greca la conclusione di una tragedia imponeva la catarsi, sicché il pubblico dopo aver sperimentato le azioni tremende e le pulsioni fatali dei protagonisti, in conclusione ne usciva “ripulito”, edificato dalla cupa vicenda di cui era stato testimone.

 

L’intrattenimento cinematografico ha fatto proprie le nozioni di catarsi e climax: l’happy end hollywoodiano, spesso ridondante ed enfatico, pur diametralmente opposto allo scioglimento della tragedia greca, scaturisce dallo stesso precetto secondo cui la storia deve condurre a un picco emotivo e, con esso, a una qualche forma di gratifica che compensi gli sforzi di attenzione (e immobilità) del pubblico.

 

Il finale sospeso, surreale o tronco è tipico della narrativa contemporanea. Vi è in questa scelta un abbattimento della quarta parete che separa arte e vita: lungi dal concludere, il racconto proietta interrogativi ed emozioni irrisolte sul lettore/spettatore, superando i confini della fruizione narrativa: quante volte ci è capitato di discorrere di un film, magari per ore, nello sforzo di trovare una risposta, di capire?

 

La fine ha un effetto ancor più perturbante quando sconvolge le certezze del pubblico, negando la catarsi. Ne è un esempio ammirevole Divorzio all’italiana (1961) di Pietro Germi, che ha forse la conclusione più nera nella storia della commedia, cui pure appartiene a pieno titolo.

La storia è incentrata sul barone Ferdinando Cefalù (Marcello Mastroianni) e sui suoi sforzi per liberarsi della brutta, pedante e insopportabile moglie Rosalia. Dopo aver ordito una trama machiavellica per spingere la sposa fra le braccia di un vecchio corteggiatore, così da potersi avvalere delle attenuanti per il “delitto d’onore”, Ferdinando ottiene alla fine il premio tanto ambito: l’eliminazione di Rosalia e la mano di Angela (Stefania Sandrelli), la cugina sedicenne.

 

La conclusione del film vede i due in barca, appassionati e sorridenti, in viaggio di nozze. Fra sé, Ferdinando medita: La vita comincia a quarant’anni… è proprio vero! Dopodiché si china a baciare Angela. A quel punto la camera si sposta dai loro volti, scendendo sinuosa sull’avvenente corpo della ragazza e mostrando… il suo piede, che si struscia sensualmente a quello del marinaio che sta pilotando la barca.

 

È tra i finali più memorabili della storia del cinema, non solo perché si affida alla potenza emblematica dell’immagine; ma perché apre uno squarcio offrendo allo spettatore – che è stato confidente e complice di Ferdinando durante il film – una consapevolezza superiore: l’eterno ritorno, l’inesorabilità con cui l’uomo è, da sempre e per sempre, vittima degli stessi errori.

 

Una commedia che finisce in tragedia, dunque, sottolineata dal tema musicale che per l’occasione assume una cadenza funebre, accompagnando come un requiem l’apparire della scritta: “Fine”.

 


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