Chemistry #8 – Chekhov’s Gun (Chk)

15 aprile 2015


di Davide Borgna

 

È noto l’aforisma di Cechov secondo cui, se nel primo capitolo di un racconto compare un fucile appeso al muro, nel secondo o terzo capitolo esso deve necessariamente sparare. In caso contrario l’arma non ha rilievo e non dovrebbe starsene lì appesa.

 

Parafrasando il novelliere e drammaturgo russo, potremmo dire che ciò che un narratore semina, deve raccogliere. La nozione di “semina” – o foreshadowing, questo il termine adoperato nella lingua inglese – è centrale per i romanzieri e soprattutto per gli sceneggiatori.

 

Un film che sfrutta tale principio e al tempo stesso lo tradisce, demolendone i presupposti, è Funny Games (1997) di Haneke. Una famigliola in villeggiatura viene segregata, torturata e uccisa da due ragazzi, senz’altro scopo apparente che il divertimento di questi ultimi.

Opera estrema e perturbante, non soltanto per come relega le sevizie fuori campo, facendone avvertire la presenza come pochi altri film; non solo perché, fedele a Checov, c’è un fucile che spara (sebbene non quando converrebbe ai protagonisti); ma soprattutto poiché riflette sulla natura dispotica delle immagini: sicché, dopo che il fucile ha sparato, uno degli aguzzini può permettersi di afferrare il telecomando, riavvolgere e mutare le sorti della storia. Come a dire: “La violenza non ha ancora raggiunto il suo acme. È per questo che siete qui, no? Non siete voi ad avere il controllo. Voi non governate il film, è il film a possedervi”.

 

Quanto alla semina, Haneke ne fa un uso raffinato e crudele: nella parte iniziale, armeggiando con la barca presso il pontile del lago, il capofamiglia Georg inavvertitamente fa cadere un coltello a bordo. L’inquadratura è rapida e quasi “distratta”, ma l’occhio vigile del pubblico si attiva subito incamerando il particolare; ci aspettiamo che il coltello dimenticato abbia un ruolo più avanti; verosimilmente, che ricopra una funzione cruciale.

 

Così avviene, in effetti: nella sequenza conclusiva, i due ragazzi conducono la moglie Anna sulla barca con l’intento di affogarla. La donna, coi polsi legati, nota il coltello e se ne appropria furtivamente, iniziando a segare le corde che la imprigionano… senonché gli aguzzini se ne accorgono e con tranquillità le tolgono il coltello, gettandolo in acqua.

 

La semina è clamorosamente disattesa, l’aspettativa del pubblico distrutta in una manciata di secondi. Un esempio di come Haneke, compresi i meccanismi del cinema, li rivolga contro lo spettatore, convertendo quello che sembrava un “gioco divertente” in un affilato bisturi.

 


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