Descrivere #12

17 marzo 2017


Davanti a lui c’era il flacone con il profumo di Pélissier. Il liquido scintillava bruno-dorato alla luce del sole, limpido, senza la minima torbidezza. Aveva un aspetto del tutto innocente, simile a un tè chiaro… e tuttavia, oltre a quattro quinti di alcool, conteneva un quinto di una miscela misteriosa, che aveva il potere di mettere in agitazione un’intera città. A sua volta questa miscela poteva essere composta di tre oppure di trenta sostanze diverse, messe insieme in un rapporto molto preciso tra le infinite combinazioni possibili. Era l’anima del profumo – ammesso che si potesse parlare di anima di un profumo di quel gelido affarista che era Pélissier – e ora si trattava soltanto di trovare la sua composizione.

Baldini si soffiò il naso con cura e abbassò un poco la gelosia della finestra, perché la luce diretta del sole era nociva a qualsiasi sostanza aromatica e a qualsiasi soluzione olfattiva più concentrata. Prese dal cassetto dello scrittoio un fazzoletto pulito di pizzo bianco e lo spiegò. Poi aprì il flacone facendo ruotare leggermente il tappo. Durante quest’operazione tenne il capo ben fermo e strinse le pinne nasali, perché per nulla al mondo voleva provare una sensazione olfattiva anzitempo direttamente dalla bottiglietta. Il profumo si doveva annusare in uno spazio libero, aperto, mai concentrato. Sparse alcune gocce sul fazzoletto, l’agitò in aria per far evaporare l’alcool e quindi se lo mise sotto il naso. Con tre brevi, bruschi colpetti risucchiò il profumo come fosse una polvere, lo risoffiò fuori, si fece vento, inspirò ancora una volta in triplice cadenza, e alla fine tirò un respiro molto profondo, che poi emise lentamente e con più pause, quasi lo facesse scivolare su una lunga scala in orizzontale. Quindi gettò il fazzoletto sul tavolo e ricadde sulla poltrona appoggiandosi alla spalliera.

Il profumo era disgustosamente buono. Purtroppo quel miserabile di Pélissier era un esperto. Un maestro, maledizione, anche se non aveva mai studiato il mestiere! Baldini avrebbe voluto inventarlo lui, questo «Amore e psiche». Non era per niente ordinario. Era assolutamente classico, rotondo e armonico. E tuttavia seducentemente nuovo. Era fresco, ma non sconvolgente. Aveva un aroma di fiori senza essere sdolcinato. Aveva una sua profondità, una profondità stupefacente, perenne, voluttuosa, bruno-scura… e tuttavia non era per nulla sovraccarico o opprimente.

Baldini si alzò quasi con un senso di riverenza e accostò ancora una volta il fazzoletto al naso. «Meraviglioso, meraviglioso…» mormorò annusando avidamente, «ha un’impronta serena, è delicato, è come una melodia, mette subito di buon umore… Assurdo, buon umore!» E gettò con veemenza il fazzoletto sul tavolo, si girò e si diresse nell’angolo più recondito della stanza, come se si vergognasse del proprio entusiasmo.


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