Descrivere #13

4 maggio 2017


Piovve per quattro anni, undici mesi e due giorni. Ci furono epoche di pioviscolo durante le quali tutti si imposero i loro vestiti di pontificale e si composero una faccia di convalescente per festeggiare la spiovuta, ma ben presto si abituarono a interpretare le pause come annunci di rincrudimento. Si disselciava il cielo con tempeste di strepito, e il Nord mandava uragani che sguarnirono tetti e sfondarono pareti, e sradicarono le ultime ceppate delle piantagioni. Come era successo durante la peste dell’insonnia, che Ursula si trovò a ricordare proprio in quei giorni, la calamità andava ispirando difese contro il tedio. Aureliano Secondo fu uno di quelli che più si diedero da fare per non lasciarsi vincere dall’ozio. Era tornato nella casa per non si sa quale faccenda la sera in cui il signor Brown aveva evocato la tormenta, e Fernanda aveva cercato di soccorrerlo con un parapioggia mezzo sbacchettato rinvenuto in un armadio. «Non occorre» disse lui. «Rimango qui finché non spioverà.» Non era, naturalmente, un impegno ineluttabile, ma fu sul punto di mantenerlo alla lettera. Dato che la sua roba era in casa di Petra Cotes, si toglieva ogni tre giorni quella che portava addosso, e aspettava in mutande che gliela lavassero. Per non annoiarsi, si dedicò al compito di sistemare le numerose magagne della casa. Aggiustò cerniere, lubrificò serrature, avvitò battenti e livellò porte. Per parecchi mesi lo si vide vagare con una scatola di utensili che dovevano aver dimenticato gli zingari ai tempi di José Arcadio Buendía, e nessuno seppe se fu per la ginnastica involontaria, per il tedio invernale o per l’astinenza obbligata, che la pancia gli si andò sgonfiando a poco a poco come un otre, e la faccia di tartaruga beatifica gli si fece meno sanguigna e meno protuberante la pappagorgia, e in complesso finì per essere meno pachidermico e riuscì di nuovo ad annodarsi i lacci delle scarpe. Vedendolo montare saliscendi e smontare orologi, Fernanda si chiese se non stesse forse incappando anche lui nel vizio di fare per disfare, come il colonnello Aureliano Buendía coi pesciolini d’oro, Amaranta coi bottoni e il sudario, José Arcadio Secondo con le pergamene e Ursula coi ricordi. Ma non fu così. Il male era che la pioggia scombinava ogni cosa, e nelle macchine più aride spuntavano fiori tra gli ingranaggi se non venivano lubrificati ogni tre giorni, e si ossidavano i fili dei broccati e nascevano filetti di zafferano sulla roba bagnata. L’atmosfera era così umida che i pesci sarebbero potuti entrare dalle porte e uscire dalle finestre, nuotando nell’aria delle stanze. Una mattina Ursula si svegliò sentendo che stava esaurendosi in un deliquio di placidezza, e aveva già chiesto che le facessero venire padre Antonio Isabel, magari in lettiga, quando Santa Sofia de la Piedad scoprì che aveva la schiena piastrellata di sanguisughe. Gliele staccarono a una a una, bruciacchiandole con tizzoni, prima che finissero di dissanguarla. Fu necessario scavare canali per prosciugare la casa, e sbarazzarla dai rospi e dalle lumache, di modo che si potessero asciugare i pavimenti, e togliere i mattoni da sotto le gambe dei letti e camminare di nuovo con le scarpe.

 

G. García Márquez, “Cent’anni di solitudine”


Post Your Thoughts