Descrivere #5

13 dicembre 2016


Un mattino verso le dieci un pugno immenso comparve nel cielo sopra la città; si aprì poi lentamente ad artiglio e così rimase immobile come un immenso baldacchino della malora. Sembrava di pietra e non era pietra, sembrava di carne e non era, pareva anche fatto di nuvola, ma nuvola non era. Era Dio; e la fine del mondo. Un mormorio che poi si fece mugolio e poi urlo, si propagò per i quartieri, finché divenne una voce sola, compatta e terribile, che saliva a picco come una tromba.

Luisa e Pietro si trovavano in una piazzetta, tepida a quell’ora di sole, recinta da fantasiosi palazzi e parzialmente da gradini. Ma in cielo, a un’altezza smisurata, era sospesa la mano. Finestre si spalancavano tra grida di richiamo e spavento, mentre l’urlo iniziale della città si placava a poco a poco; giovani signore discinte si affacciavano a guardare l’apocalisse. Gente usciva dalle case, per lo più correndo, sentivano il bisogno di muoversi, di fare qualcosa purchessia, non sapevano però dove sbattere il capo. La Luisa scoppiò in un pianto dirotto: «Lo sapevo» balbettava tra i singhiozzi «che doveva finire così… mai in chiesa, mai dire le preghiere… me ne fregavo io, me ne fregavo, e adesso… me la sentivo che doveva andare a finire così!…». Che cosa poteva mai dirle Pietro per consolarla? Si era messo a piangere pure lui come un bambino. Anche la maggior parte della gente era in lacrime, specialmente le donne. Soltanto due frati, vispi vecchietti, se n’andavano lieti come pasque: «La è finita, per i furbi, adesso!» esclamavano gioiosamente, procedendo di buon passo, rivolti ai passanti più ragguardevoli. «L’avete smessa di fare i furbi, eh? Siamo noi i furbi adesso!» (e ridacchiavano). «Noi sempre minchionati, noi creduti cretini, lo vediamo adesso chi erano i furbi!» Allegri come scolaretti trascorrevano in mezzo alla crescente turba che li guardava malamente senza osare reagire. Erano già scomparsi da un paio di minuti per un vicolo, quando un signore fece come l’atto istintivo di gettarsi all’inseguimento, quasi si fosse lasciata sfuggire un’occasione preziosa: «Per Dio!» gridava battendosi la fronte «e pensare che ci potevamo confessare». «Accidenti!» rincalzava un altro «che bei cretini siamo stati! Capitarci così sotto il naso e poi lasciarli andare!» Ma chi poteva più raggiungere i vispi fraticelli?

Donne e anche omaccioni già tracotanti, tornavano intanto dalle chiese, imprecando, delusi e scoraggiati. I confessori più in gamba erano spariti – si riferiva – probabilmente accaparrati dalle maggiori autorità e dagli industriali potenti. Stranissimo, ma i quattrini conservavano meravigliosamente un certo loro prestigio benché si fosse alla fine del mondo; chissà, forse, si considerava che mancassero ancora dei minuti, delle ore; qualche giornata magari. In quanto ai confessori rimasti disponibili, si era formata nelle chiese una tale spaventosa calca, che non c’era neppure da pensarci. Si parlava di gravi incidenti accaduti appunto per l’eccessivo affollamento; o di lestofanti travestiti da sacerdoti che si offrivano di raccogliere confessioni anche a domicilio, chiedendo prezzi favolosi. Per contro giovani coppie si appartavano precipitosamente senza più ombra di ritegno, distendendosi sui prati dei giardini, per fare ancora una volta l’amore. La mano intanto si era fatta di colore terreo, benché il sole splendesse, e faceva quindi più paura. Cominciò a circolare la voce che la catastrofe fosse imminente; alcuni garantivano che non si sarebbe giunti a mezzogiorno.

 

D. Buzzati, «La fine del mondo»


Post Your Thoughts