Descrivere #6

19 gennaio 2017


«L’agitazione mi tenne sveglio per parecchie ore, ma alla fine mi addormentai. Al risveglio vidi vicino a me, come prima, una brocca d’acqua e una pagnotta. Ardevo di sete e vuotai il recipiente in un sorso. Probabilmente conteneva qualche droga, perché appena finito di bere fui assalito da un torpore invincibile. Caddi in un sonno profondo, profondo come quello della morte. Non so dire quanto sia durato, ma nel momento in cui riaprii gli occhi, gli oggetti intorno a me erano visibili. Grazie a uno strano bagliore sulfureo di cui non potevo stabilire l’origine, mi fu possibile vedere la forma e la grandezza della mia prigione.
Sulla grandezza, mi ero completamente sbagliato: l’intero perimetro non misurava più di venticinque metri. Per qualche minuto questa constatazione mi procurò un mucchio di inutili angosce. Inutili davvero, perché nelle terribili circostanze in cui mi trovavo, le dimensioni della cella dovevano essere l’ultimo dei miei pensieri. Ma poiché la mia mente aveva cominciato a mostrare un vivo interesse per le cose di poco conto, mi accanii alla ricerca dell’errore commesso durante la misurazione. E alla fine, in un lampo, capii la verità. Nel primo tentativo di esplorazione, fino al momento della caduta avevo contato cinquantadue passi: avevo quasi terminato il giro della cella e quindi dovevo essere a un passo o due dal brandello di stoffa. Poi mi ero addormentato, e al risveglio dovevo essere ritornato sui miei passi; per questo avevo calcolato un perimetro quasi doppio di quello reale. La mia mente, in stato confusionale, non si era accorta che avevo cominciato il percorso con il muro alla mia sinistra e lo avevo concluso con il muro alla mia destra.
Mi ero sbagliato anche sulla forma della cella. Mentre avanzavo tentoni avevo avvertito la presenza di molti angoli, e mi ero fatto l’idea che il locale fosse di forma irregolare (l’effetto del buio assoluto, su uno che si è appena svegliato dal sonno o dal letargo, è potentissimo). Gli angoli erano semplicemente lievi rientranze, o nicchie, sparse irregolarmente lungo la parete. La mia cella era in realtà quadrata. Quella che avevo preso per una parete in muratura si rivelava ora formata da grandi lastre di ferro, o di qualche altro metallo; le rientranze corrispondevano alle connessure, o giunture. Dappertutto, sulla superficie di questa prigione rivestita di ferro, erano dipinti in maniera grossolana gli emblemi orribili e spaventosi originati dalle macabre superstizioni dei monaci. Figure di diavoli dall’aspetto minaccioso, scheletri e altre immagini ancor più spaventose coprivano le pareti, rendendole orribili. Osservai che i contorni di queste figure mostruose erano abbastanza ben definiti, ma i colori sembravano confusi e sbiaditi, come per effetto dell’umidità. Notai anche il pavimento, che era di pietra. Al centro, si spalancava il pozzo circolare che per poco non mi aveva inghiottito con le sue fauci; ma era l’unico, in tutta la cella.
Vidi tutto questo in maniera confusa e con molto sforzo, perché mentre dormivo la mia posizione era cambiata completamente. Ora ero disteso sul dorso, sopra una specie di basso telaio di legno a cui mi avevano legato con una lunga cinghia, simile a quelle che si usano per fissare le selle. La cinghia mi stringeva il corpo in più punti, lasciando libera la testa e in parte il braccio sinistro: solo quel tanto che mi consentiva, con molta difficoltà, di afferrare il cibo da un piatto di terraglia collocato accanto a me sul pavimento. Vidi con orrore che la brocca era scomparsa. Con orrore, perché ero arso da una sete insopportabile. Capii che la sete faceva parte del piano architettato dai miei torturatori: la carne che trovai nel piatto era infatti molto piccante.
Alzai gli occhi per esaminare il soffitto della cella. Era alto una decina di metri o forse più, e costruito come le pareti. Su una delle lastre metalliche, c’era una strana figura che attirò la mia attenzione. Era l’immagine del Tempo, così come viene di solito rappresentato, ma al posto della falce c’era qualcos’altro: a prima vista, mi sembrò il disegno di un enorme pendolo, simile a quelli che vediamo negli orologi antichi. Qualcosa però, nell’aspetto di quel marchingegno, mi spinse a osservarlo con maggiore attenzione. Mentre lo guardavo fisso da sotto in su (il pendolo si trovava proprio sopra di me) ebbi l’impressione che si muovesse, impressione che trovò immediata conferma. L’oscillazione era breve, e naturalmente piuttosto lenta. Osservai il pendolo per qualche minuto, con un certo sospetto, ma soprattutto con stupore. Alla fine, annoiato dalla monotonia di quel movimento, volsi lo sguardo agli altri oggetti della cella.»

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