Giuseppe Pontiggia: la parola come avventura  

8 marzo 2017


di Ilaria Ruggiero

 

Il Centro Internazionale di Studi sulle Letterature Europee (CISLE) di Torino ha organizzato ieri, 7 marzo 2017, il Primo Seminario di studi dedicato a Giuseppe Pontiggia e intitolato La parola come avventura. Ospitato nella Sala del Grechetto di Palazzo Sormani a Milano, il Seminario si è svolto con il patrocinio, tra gli altri, della Fondazione BEIC, che dal 2005 conserva la Biblioteca e l’Archivio di Giuseppe Pontiggia.

Caterina Arcangelo e Sara Calderoni, rispettivamente presidente e vicepresidente del CISLE, hanno aperto la sessione presentando i relatori della giornata, coordinata dagli interventi di Daniela Marcheschi, massima esperta di Giuseppe Pontiggia in Italia e curatrice delle opere dello scrittore nei “Meridiani” Mondadori.

Cristiana De Santis, ricercatrice al Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, ha messo subito in luce il rapporto strettissimo che, nell’opera di Giuseppe Pontiggia, intercorre tra la dimensione orale e quella scritta. Rapporto particolarmente apprezzabile nella trascrizione delle venticinque conversazioni sullo scrivere – che Giuseppe Pontiggia tenne, su invito di Aldo Grasso, per il programma Dentro la sera di RAI-Radio Due, tra maggio e luglio 1994 – ora disponibile, per la prima volta a stampa e con cd audio allegato, grazie a Belleville Editore (Giuseppe Pontiggia, Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere, Belleville Editore, 2016). Cristiana De Santis ha citato ampi stralci da Dentro la sera per spiegare la visione che Pontiggia aveva della scrittura come responsabilità. «Lo scrittore non deve dire quel che sa, ma scoprire cosa vuole dire» ha ricordato la De Santis, parafrasando Pontiggia. «La voce dello scrittore testimonia il potere di una parola pronunciata con autorità. Il cd permette di capire il ritmo della parola di Pontiggia e tiene forte l’attenzione dell’ascoltatore», ha sottolineato Daniela Marcheschi. L’oralità è vitalità; il testo deve sapere di più di chi lo ha scritto; scrivere non è mai trascrivere: questi alcuni degli elementi alla base dell’insegnamento di Pontiggia.

Nell’affermazione sillogistica “i giovani di oggi parlano male, scrivono come parlano, ergo scrivono male”, si pone l’accento sull’importanza della scuola di scrittura creativa così come Giuseppe Pontiggia l’aveva pensata: un’officina di lettura e di analisi delle opere letterarie. Nelle Conversazioni si evidenzia la parte dello scrivere che può essere avvicinata: la creazione dell’incipit, la caratterizzazione dei personaggi, la costruzione dei dialoghi, l’uso parsimonioso e preciso di avverbi e aggettivi, l’importanza di allontanarsi da forme arcaiche e, usando un termine di Pontiggia, “affettate”. Le scuole di scrittura creativa possono insegnare la progettualità, dalle macro alle micro strutture fino alla singola parola. Parafrasando Pontiggia: a scrivere si impara e si disimpara; per scrivere bisogna leggere; scrivere non è trascrivere; l’inizio è tutto; bisogna saper cancellare e riscrivere; scrivere non è parlare e parlare non è scrivere. «Quante cose Pontiggia, come un classico, non ha ancora finito di dirci», conclude Cristiana De Santis.


Giuseppe-Pontiggia

«È fondamentale che i giovani studino Pontiggia e che ci sia un passaggio di testimone», afferma Daniela Marcheschi, invitando le nuove generazioni a storicizzare gli autori contemporanei. L’intervento di Marco Bellardi, laureato in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Milano con una tesi su La narrativa sperimentale di Giuseppe Pontiggia (Premio Pontiggia 2011), sembra accogliere questo invito. Bellardi ha rivelato l’influenza che il cinema di Bergman ha avuto sullo scrittore italiano in differenti aspetti: nella dialettica tra morte e rinascita, nell’abbandono di ogni presunzione accademica, nell’innovazione narrativa che entrambi hanno portato nei rispettivi campi. La metafora della scacchiera accomuna i due artisti novecenteschi: «nella vita ci muoviamo come pedine su una scacchiera» (Bergman, Il settimo sigillo, 1957; Pontiggia, Il giocatore invisibile, 1978).

Del Giocatore invisibile ha parlato anche Sara Calderoni, analizzando il gioco ironico che si sviluppa lungo tutto il romanzo per mezzo della ripetizione e di altri artifici letterari. Parafrasando Pontiggia: il distacco dell’ironia funziona ma non troppo, altrimenti si sfocia nel comico e il messaggio non arriva. L’ironia dunque simula e dissimula: procede in obliquo per poi fare centro. E il gioco ironico è portato all’estremo proprio nel gioco degli scacchi.

Dedicato alle considerazioni sul mondo del lavoro è stato invece l’intervento di Alessandro Ceteroni, dottorando di ricerca all’Università di Macerata. Partendo dalla figura dell’inetto sveviano, ha tracciato un percorso sociale sul ruolo del lavoratore all’interno di due opere di Pontiggia: La morte in banca, dove si sviluppa l’analisi del significato dell’utopia nel sistema capitalistico e la falsa soluzione della doppia vita dovuta alla necessità del lavoro; e La grande sera, dove la fuga dal mondo del lavoro e più in generale dal sistema si lega all’impossibilità di quell’utopia, provocando una graduale e drammatica scomparsa individuale e poi collettiva, che alimenta l’universale clima di sconfitta, dove l’unica salvezza sono i giovani ai quali è importante fornire modelli a cui ispirarsi. In questi due romanzi, Giuseppe Pontiggia si fa precursore della cosiddetta “narrativa d’ufficio” o narrativa post-industriale degli anni Novanta del secolo scorso.

Lo stile semplice ma mai banale, la ricerca dell’essenzialità e della densità sia nella scrittura che nella comunicazione, l’equilibrio tra tradizione e innovazione, l’intelligente approccio ai media, il rifiuto di clientele e adulazioni e il rapporto con i classici come esempi e non come modelli, fanno di Giuseppe Pontiggia e della sua poetica un interessante e fertile terreno di studi, per molti aspetti ancora tutto da esplorare.


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