Il Mio Libro

Questo spazio è dedicato a tutti coloro che vogliono consigliare la lettura di un libro.
Non è importante che si tratti di una novità o di un libro che ha rappresentato nel vostro tempo un riferimento, un piacere, una ‘madeleine’.
Vorremmo che fosse un luogo di riferimento per chi pensa che leggere sia importante e utile.
Una guida alla lettura dove il lettore diviene libraio.
Può anche essere una sorta di palestra dove esercitarsi a scrivere di scrittura, uno degli obiettivi principali di Belleville.

Non potremo pubblicare tutti i vostri interventi, ma li leggeremo con attenzione e sceglieremo con cura.
Potrete firmarvi o scegliere uno pseudonimo, chiedere un confronto con gli altri lettori o chiedere indicazioni su letture vicine per contenuti e forma letteraria.

Vai all'elenco delle recensioni >>

Inserisci qui sotto i tuoi dati e il commento al libro:


Steve Tesich, Karoo, Adelphi

Un libro divertente che dovrebbero leggere tutti quelli che lavorano o che vorrebbero lavorare con la scrittura. Saul Karoo fa lo script doctor (il medico delle sceneggiature in altre parole), fuma 200 sigarette al giorno e si mette in un casino dietro l'altro... Leggetelo! Riderete e allo stesso tempo rifletterete su tante cose della vita. La copertina è bellissima, l'avete vista?

Teo Zam

Peter Cameron, Andorra, Adelphi

Dovessi dire quale tra i romanzi e le raccolte di racconti di Peter Cameron mi è piaciuto di più, non sarei in grado di farlo. Adoro questo scrittore in ogni più piccola parte della sua scrittura, adoro le sue trame, riesco a immedesimarmi in tutti i suoi personaggi, maschili o femminili che siano, e questo non è cosa da poco. Cameron è uno scrittore perfetto, ha una consapevolezza stilistica magistrale e insieme una freschezza di linguaggio e un potere d’inventiva da fare invidia alla maggior parte dei suoi colleghi contemporanei. Pubblicato in America nel 1997, Andorra è il suo terzo romanzo, dopo la racconta di racconti d’esordio del 1986 e Il weekend, uscito in America nel 1994 e tradotto in Italia nel 2013. Il suo romanzo più famoso è forse Quella sera dorata, una storia indimenticabile, protagonisti che sembrano uscire in carne e ossa dalle pagine del libro, che infatti è diventato film. Protagonista di Andorra è un uomo che fugge dal suo passato e cerca rifugio ad Andorra – non il paese che esiste davvero, ma un “luogo letterario” a cui Cameron assegna infatti coordinate geografiche diverse da quelle reali – dove chiunque “viene considerato cittadino”. Il racconto procede incalzante usando la tecnica del progressivo disvelamento, che tiene avvinto il lettore alle pagine, dalla prima all’ultima. Il finale è una sorpresa che spinge a ripercorrere, con il senno di poi, tutto l’intreccio alla ricerca di tutti quei piccoli dettagli, precisazioni, suggerimenti e rivelazioni che Cameron aveva sapientemente sparso lungo tutto il racconto. Non voglio svelare di più sulla trama, ma voglio condividere con chi mi leggerà l’esergo che è posto in apertura del libro: «Anche da un punto di vista puramente realistico, i paesi che vagheggiamo occupano un posto assai più grande del paese in cui effettivamente ci troviamo». È una citazione da Proust (da La strada di Swann).

Michele Orlando

V.S. Naipaul, Il massaggiatore mistico, Adelphi

Posso dirla tutta? La verità? Leggendo Il massaggiatore mistico mi son chiesta come abbia fatto Naipaul a vincere il Premio Nobel! Eppure i suoi pensieri, le sue riflessioni, i suoi consigli sulla scrittura - raccolti in Leggere e scrivere e Scrittori di uno scrittore – mi erano stati così utili, mi erano piaciuti parecchio! Devo ammettere di non aver letto niente altro di suo. Ma insomma. Tornando al punto di partenza: la risposta alla mia domanda iniziale - cerca che ti ricerca - stava nelle prime pagine di questo libro, nella prefazione che io - mannaggia a me! - ho letto solo alla fine! Nella prefazione Naipaul racconta come Il massaggiatore mistico risalga agli albori della sua carriera di scrittore, per la precisione al primo anno. Ricorda come, ripensando a quegli albori, temeva “che l’ambizione soffocata per tanto tempo potesse intossicarmi” dice. Poi, lui non lo dice, ma io credo di aver capito che questa sua (citata sopra) sia esattamente la frase che meglio descrive il conflitto di Ganesh Ramasumair, il protagonista del libro, membro – suo malgrado – della comunità indù dell’isola di Trinidad, estraneo e insofferente a tutte le persone e a tutte le cose che lo circondano. Totalmente perso dietro la sua passione per i libri, vive immerso nei libri, e coltiva una vaga vocazione alla scrittura, ma nella sua goffaggine sembra incapace di sottrarsi a un’esistenza prevedibile e mediocre. Prima viene costretto a sposare una donna che non ama (e che in qualche modo non amerà mai), poi a ereditare il mestiere del padre appena morto (il massaggiatore, appunto). Gli eventi, con lo scorrere del tempo, prendono una piega paradossale e spesso rocambolesca, fino a che Ganesh scoprirà addirittura di avere poteri taumaturgici. Ma mettiamola così: il libro si compone di 12 capitoli: i primi 8 reggono, anzi, sono anche belli, mentre gli ultimi 4 sembrano scritti da un’altra persona. A sua discolpa Naipaul spiega, nella prefazione, che questo libro (il primo suo libro a essere pubblicato, il suo romanzo d’esordio) aveva cominciato a scriverlo malvolentieri. Racconta che l’editore riteneva che un esordiente non dovesse presentarsi al pubblico con un libro di racconti, voleva un romanzo. Per Naipaul quella di scrivere un romanzo fu – sono parole sue – “un’esperienza molto più faticosa di quanto avessi immaginato”. Poco più avanti lo dice, chiaro e tondo: “Il libro procedeva a singhiozzo; dipendevo dal materiale che trovavo, e più di una volta fui sul punto di piantarlo lì. Il lettore, ormai al corrente del segreto, potrebbe riconoscervi, più che la delizia, qualcosa di più scomposto: la fatica degli inizi, l’ansia di venire pubblicato, di scrivere il primo romanzo per Deutsch”. E noi gliele siamo grati. Grazie, Naipaul! Ora ho capito perché hai vinto il Premio Nobel: perché sei uno scrittore onesto! Consigliato? Nì.

Carolina Imp78

Donna Tartt, Il cardellino, Rizzoli

Il cardellino l'ho comprato perché non c'era nient'altro che mi ispirasse. Il titolo proprio non mi andava giù, avevo paura si trattasse di una menata femminista, non so perché. Insomma l'ho comprato e mi sono messo a leggerlo: ferragosto in montagna con la pioggia che non da tregua, stare sul divano con un bel mattone di 900 pagine da un certo gusto. Morale della favola me le sono bevute, le 900 pagine, in quattro giorni. Ho rischiato più volte una crisi epilettica, non riuscivo a staccarmi. Ci andavo in bagno, ci facevo colazione, me lo portavo a passeggio questo buco nero in cui ero scivolato. Credo di non aver mai letto un libro di così tante pagine così in fretta. Non sono riuscito a leggere altro per un bel po', e questo non è necessariamente un buon segno. Il cardellino è un gran libro, la scrittura chirurgica e avvolgente, la trama così ricca e articolata da sbriciolarsi di continuo e i personaggi sono potenti come bombe. Ho letto su facebook una recensione di Simona Vinci che sosteneva che la voce narrante del Cardellino non regge, che il personaggio principale (il narratore appunto) non è credibile. Pur essendo d'accordo che l'incipit e l'espediente da cui parte il tutto non siano dei migliori (che siano anzi un po' banali) è anche vero che uno/una che scrive così qui da noi in Italia ce li possiamo scordare per un bel pezzo (mi viene in mente che il libro che avevo comprato in montagna prima di decidermi a leggere Il Cardellino è La vita in tempo di pace, un’accozzaglia di banalità che ahimè si è meritata, e questo la dice lunga sul panorama autoriale di casa nostra, la vittoria del premio Viareggio e il secondo posto allo Strega!). Insomma, se amate roba tipo Ken Follett o Zafón ma vi piace leggere anche gli americani allora Il Cardellino non ve lo dovete far mancare. Vale tutti i 20 euro spesi.

Lorenz

Phillipp Meyer, Il figlio, Einaudi

Mi capita di rado di trovarmi tra le mani un romanzo senza sbavature, senza una parola in più, costruito magistralmente e in grado di toccarmi nel vivo nonostante l’argomento sia quanto di più lontano dalla mia sensibilità e dal mio background culturale. Il figlio di Philipp Meyers è un piccolo capolavoro di raffinatezza letteraria, una sorta di Buddenbrook americano sulla storia della scomparsa degli indiani, sulle migrazioni che dal nord hanno riversato migliaia di pionieri in cerca di fortuna tra le terre aspre del sud degli Stati Uniti, sul petrolio e le ricchezze irreali che la sua scoperta ha reso possibili. Duecento anni attraversati da una famiglia, cinque narratori e protagonisti che da epoche diverse raccontano il dipanarsi di un’epopea che riguarda le vicissitudini interne e, appunto, familiari ma anche la costruzione veloce e dirompente di una superpotenza come gli USA. L’idea che sta alla base del romanzo è quella dell’ “homo homini lupus”, la legge del più forte che sempre sarà destinato a schiacciare il più debole e a portarsi dentro le ferite dell’anima che la violenza lascia sempre dietro di sé. Un affresco dalle tinte forti svolto con linguaggio asciutto ma estremamente efficace. Non posso far altro che consigliarne vivamente la lettura, di sicuro cercherò di trovare il tempo di dedicarmi ai precedenti lavori di questo giovane scrittore americano che, a soli quarant’anni, si è già portato a casa un premio Pulitzer oltre a numerosi altri riconoscimenti in tutto il mondo.

Prof.ssa Elisa Timi

Rodrigo Rey Rosa, Severina, Feltrinelli

Un giovane libraio aspirante scrittore sorprende una ragazza di singolare bellezza a rubare libri raffinati e andarsene dribblando abilmente la barriera antitaccheggio. Non la ferma, si limita ad annotare i titoli sottratti, sperando che lei torni per una delle letture di poesia che organizza con i suoi soci, tutti ferventi bibliofili. Presto la potenziale nemica diventa la sua ossessione sentimentale: le parla, la segue, la bacia dopo una perquisizione tra gli scaffali, consenziente e carica di valenze erotiche. Nonostante cerchi di ricostruirne la personalità attraverso il catalogo delle sue scelte come lettrice, sulla vita della sfuggente Severina scopre poco: abita in una pensione con quello che sembra l’anziano padre, il quale legge con lei tutti i libri prelevati nelle librerie e paga il conto quando i proprietari lo reclamano. Il libraio si trasferisce nella stessa pensione per starle più vicino, ma invano. Io sono un libraio, sono un collega del co-protagonista di questo romanzo, e nella vita ho due passioni: le donne e i libri. In questo libro l’amore per una donna e l’amore per i libri sono strettamente intrecciati e quindi io mi sono piacevolmente perso tra le pagine di Rey Rosa, uno scrittore che prima non conoscevo e che ora apprezzo molto. Mi sono ritrovato a fantasticare di incontrare anch’io, un giorno, una cliente bella come Severina.

Topodilibreria (Pavia)