Incipit #101

17 luglio 2017


Fino a un istante prima era ancora l’inverno dell’Ohio: le porte chiuse, i vetri alle finestre ricoperti di brina, stalattiti di ghiaccio a frangia d’ogni tetto, bambini che sciavano sui pendii, massaie che dondolavano sulle vie gelate come grandi orsi neri avvolti nelle pellicce.

E a un tratto una lunga onda tiepida era passata sulla cittadina. Una marea d’aria calda, quasi che qualcuno avesse lasciato aperta la porta di una panetteria. Il calore pulsava tra le case, i cespugli, i ragazzi. Le stalattiti di ghiaccio si staccavano rovinose, e in frantumi si scioglievano rapidamente. I vetri delle finestre si alzavano impetuosi. I ragazzi buttavano via gli indumenti di lana. Le massaie si spogliavano delle loro pelli d’orso. La neve si scioglieva a mostrare la verde antica prateria dell’ultima estate.

L’estate del razzo. Le parole passavano di bocca in bocca nelle case aperte, bene aerate. L’estate del razzo. La calda aria del deserto, che mutava i ghirigori di ghiaccio sulle finestre, cancellava l’opera d’arte. Sci e slitte improvvisamente inutili. La neve, nel cadere dal cielo freddo sul villaggio, si trasformava in una pioggia torrida ancor prima di toccare il suolo.

L’estate del razzo. La gente si affacciava ai portici gocciolanti per spiare il cielo che s’arrossava.

Il razzo stava sul campo di lancio, eruttando rosee nubi di fuoco, esalando scoppi d’aria rovente. Il razzo si ergeva nella fredda mattina invernale e creava l’estate a ogni respiro dei possenti ugelli di scarico. Il razzo faceva i climi, le stagioni, e l’estate fu per un breve istante sopra la Terra…


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