Incipit #102

24 luglio 2017


Fino al 1860, l’optimum era venire alla luce in casa propria. Attualmente, così mi dicono, i massimi luminari della medicina hanno stabilito che i primi vagiti del neonato debbano essere emessi nell’atmosfera anestetica di un ospedale, possibilmente molto alla moda. Così i giovani coniugi Roger Button prevenirono i tempi di almeno cinquant’anni quando, in un giorno d’estate del 1860, decisero di far nascere il loro primogenito in un ospedale. Se questo anacronismo abbia avuto il minimo peso sulla sbalorditiva storia che mi accingo a narrare, non si saprà mai.

Vi esporrò i fatti e lascerò a voi di giudicarli.

I Roger Button occupavano una posizione invidiabile, tanto sociale quanto finanziaria, nella Baltimora d’anteguerra. Erano imparentati con Questa e Quella Famiglia, cosa che, come ogni americano del Sud ben sapeva, dava loro diritto di far parte dell’immensa aristocrazia di cui era popolata la Confederazione. Questa fu la loro prima esperienza dell’antica e incantevole usanza di avere figli: naturalmente il signor Button si rivelò particolarmente nervoso. Si augurava che si trattasse di un maschietto, così da poterlo mandare all’università di Yale nel Connecticut, nel cui istituto egli stesso era stato noto per quattro anni col nomignolo, in certo qual modo ovvio, di “Sventola”.

La mattina di settembre destinata al lieto evento, egli si alzò nervosamente alle sei, si vestì, si annodò attorno al collo una cravatta impeccabile e corse per le vie di Baltimora verso l’ospedale, ansioso di sapere se la tenebra notturna aveva portato nel suo seno una nuova vita.

Si trovava a circa un centinaio di metri dalla clinica privata Maryland – che ospitava pazienti d’ambo i sessi – quando vide il dottor Keene, il medico di famiglia, che scendeva dalla scalinata d’ingresso, stropicciandosi le mani come per lavarle… cosa che tutti i dottori fanno, secondo la tradizione della loro professione.

Il signor Roger Button, presidente della Roger Button & Co., Ferramenta all’Ingrosso, cominciò a correre verso il dottor Keene in un modo non certo consono alla dignità che ci si sarebbe aspettati da un gentiluomo del Sud in quel periodo pittoresco. «Dottor Keene!» chiamò. «Oh, dottor Keene!»

Il dottore lo udì, si voltò e si fermò per aspettarlo, mentre una strana espressione si delineava sulla sua faccia dura di medico, a misura che il signor Button si avvicinava.

«Che novità?» ansò il signor Button, fermandosi davanti al medico. «Com’è andata? Come sta mia moglie? È poi nato il maschio? Com’è? Come sono andate le…»

«La prego, parli con un minimo di coerenza!» disse con voce dura il dottor Keene. Sembrava piuttosto irritato.

«Il bambino è poi nato?» domandò in tono di preghiera il signor Button.

Il dottor Keene si accigliò. «Diamine, sì, direi di sì… in certo qual modo» rispose, lanciando una strana occhiata al signor Button.

«Mia moglie sta bene?»

«Certo.»

«È un maschietto o una femminuccia?»

«Non esageriamo, adesso!» sbottò il dottor Keene esasperato. «La prego di andare a vedere di persona. Incredibile!»


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