Incipit #103

7 agosto 2017


Ieri soffiava un vento conosciuto. Un vento che avevo già incontrato.

Era una primavera precoce. Camminavo nel vento a passi decisi, rapidi, come tutte le mattine. Eppure avevo voglia di ritrovare il mio letto e distendermi, immobile, senza pensieri, e di restare sdraiato fino al momento in cui avrei sentito avvicinarsi quella cosa che non è voce né gusto né odore, solo un ricordo vaghissimo, venuto da oltre i limiti della memoria.

Lentamente la porta si è aperta e le mie mani abbandonate hanno sentito con terrore il pelo serico e dolce della tigre.

– Musica! – Ha detto. – Suoni qualcosa. Al violino o al piano. Meglio al piano. Suoni!

– Non sono capace, – ho detto. – Non ho mai suonato il piano in tutta la mia vita, non ho nemmeno un pianoforte, non l’ho mai avuto.

– In tutta la sua vita? Che sciocchezza! Vada alla finestra e suoni!

Davanti alla mia finestra c’era un bosco. Ho visto gli uccelli riunirsi sui rami per ascoltare la mia musica. Ho visto gli uccelli. Le piccole teste inclinate e gli occhi fissi che guardavano da qualche parte attraverso di me.

La mia musica si faceva sempre più forte. Diventava insopportabile.

Un uccello morto è caduto da un ramo.

La musica è cessata.

Mi sono voltato.

Seduta in mezzo alla camera, la tigre sorrideva.

– Per oggi basta, – ha detto. – Dovrebbe esercitarsi più spesso.

– Sì, glielo prometto, mi eserciterò. Ma attendo visite, lei capisce, per favore. Essi, loro, potrebbero trovare strana la sua presenza qui, a casa mia.

– Naturalmente, – ha detto sbadigliando.

A passi felpati ha varcato la porta che subito ho richiuso a doppia mandata dietro di lei.

Arrivederci, mi ha gridato ancora.


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