Incipit #104

14 agosto 2017


Ci sono paesi che sanno di sventura.

Si riconoscono respirando la loro aria torbida, magra e vinta come tutto ciò che è fallito.

Anche Nevada era così, con la sua manciata di uomini e donne che vivevano in casupole inerpicate sui versanti vertiginosi della riva destra del fiume, seminascoste da boschi aspri e disseminate qua e là tra le masiere, piccoli terrazzamenti sottratti alla parete che, a oriente dell’altopiano di Asiago, scendono verso Enego e poi si tuffano nel canale di Brenta e nella Valsugana.

Era su queste masiere, delimitate da muri a secco tirati su con le pietre a scaglie che sbucano da quella terra come nemmeno le talpe, che gli abitanti del posto coltivavano il tabacco. Lo facevano da generazioni, da secoli, perché sopra la val Brenta il tabacco cresceva bene e veniva buono come nessun altro in circolazione, e per questo aveva sostituito il commercio del legname già nel Seicento, quando giù a valle, da nord a sud, infuriava la peste nera e sembrava che per nessuno ci fosse un domani.


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