Incipit #106

28 agosto 2017


Sembrava un verme bianco, col suo cappello di paglia e una Bali che gli pendeva dal labbro inferiore. Tutte le mattine lo vedevo seduto su una panchina dell’Alameda mentre entravo nella Librería de Cristal a sfogliare libri. Quando alzavo la testa, attraverso le pareti della libreria che, in effetti, erano di vetro, lui era lì, fermo, tra gli alberi, a guardare il vuoto.

Immagino che finimmo per abituarci l’uno all’altro. Io arrivavo alle otto e mezzo del mattino e lui era già lì, seduto su una panchina, senza far altro che fumare e tenere gli occhi aperti. Non lo vidi mai con un giornale, con un panino, con una birra, con un libro. Non lo vidi mai parlare con nessuno. Una volta, mentre lo guardavo dagli scaffali di letteratura francese, pensai che forse dormiva su una panchina all’Alameda o nei portoni di qualche via nei dintorni ma poi mi dissi che era troppo pulito per dormire per strada e che di sicuro alloggiava in qualche pensione della zona. Era, constatai, un animale abitudinario, come me. La mia routine consisteva nell’essere svegliato presto, fare colazione con mia madre, mio padre e mia sorella, fingere di andare a scuola e prendere invece un autobus che mi lasciava in centro, dove dedicavo la prima parte della mattinata ai libri e a passeggiare e la seconda al cinema e in modo meno esplicito al sesso.


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