Incipit #13

25 maggio 2015


«Fa giorno con un cielo tutto rosso, sembra di fuoco, eppure il vento è fresco e umido e l’orizzonte una foschia grigia. I due uomini sono saliti in coperta e sono due facce ben diverse quelle che guardano verso la costa, celata dalla nebbia. Gli occhi di Stan hanno il colore della foschia; quelli di Charlie, il colore del fuoco. La brezza salata spruzza i loro visi di gocce trasparenti. Stan passa la lingua sulle labbra e sente, forse per l’ultima volta in questo viaggio, il gusto salato del mare. Ha gli occhi celesti, piccoli e obliqui, le orecchie grandi, i capelli ispidi e arruffati. È immerso in un’aria afflitta e malgrado i suoi diciassette anni è abituato a fabbricare sorrisi. Adesso, lontano dal circo, lontano da Londra, il suo piccolo corpo è teso e sente che la paura gli è piombata sopra da qualche parte.

Charlie, che di fronte al pubblico è un pagliaccio triste, ora sorride, con aria di sfida, freddo. Affacciato a poppa, ha sporto il suo corpo in avanti, quasi volesse stare più vicino a Manhattan, quasi avesse fretta di assalire il gigante.

– Mio padre ha detto che il cinema ucciderà i comici, – dice Stan.

Lo dice con amarezza, perché si è ricordato di suo padre, che è attore anche lui e ha visto in faccia l’ansia dei curiosi, la disperazione dei falliti, la momentanea allegria di una smorfia; le ha viste mille volte, e lo ha raccontato mille volte a tavola durante la cena nella vecchia casa del Lancashire. Le prime luci vengono su dalla nebbia e Stan sa che ormai non può più tornare indietro, che qualunque sarà il suo destino lui è lì per accettarlo.

– Ucciderà i comici senza talento, – ha risposto Charlie, senza guardare il suo compagno sempre più lontano, incantato dalle luci. Sente che l’ora sta arrivando, che tutto il Nordamerica è un pubblico in silenzio che aspetta di vedergli metter piede sulla costa.»

 


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