Incipit #14

1 giugno 2015


«Il carro non finiva mai di avanzare. Sul retro, la nonna urlava a squarciagola contro la terra e i sobbalzi, contro l’aria che ancora le riempiva i polmoni.

Quando non dormiva come un sasso, insensibile al mondo, sorda, cieca e finalmente muta, urlava come un’ossessa dentro il tunnel d’incerata che all’inizio del viaggio, entrandovi, aveva ribattezzato la sua “prima cassa da morto”.

Da settimane si nutriva solo di pappa di semolino. Una poltiglia ogni giorno più chiara e liquida, preparata attingendo alla riserva personale contenuta nell’unica sacca che aveva preteso di portarsi dietro e che teneva gelosamente sotto la testa a mo’ di cuscino. Sebbene il semolino fosse rapidamente andato a male, lei si rifiutava di toccare altro, a eccezione dei piccoli pesci che prendeva la ragazzina quando la pista costeggiava un fiume. La muffa non le aveva mai impedito di mangiare qualcosa. Sua madre, che ora lei nel delirio senile chiamava a gran voce, da esperta conoscitrice di piante ne raccomandava il consumo in determinati periodi dell’anno. Frumento e segale avariati: inizio dell’estate e fine dell’autunno. Le sue smozzicate perle di saggezza si mescolavano ai ricordi del villaggio che aveva lasciato più di settant’anni prima di sedersi, e poi restare tutto il giorno in posizione orizzontale, dentro il carro dell’ultimo esilio.

Quando la strada glielo consentiva, la ragazzina si infilava sotto l’incerata e guardava il paesaggio sfilare, la schiena contro il telo amovibile, la mano posata sui piedi della vecchia sotto la coperta. La ascoltava urlare all’indirizzo della madre morta da cinquant’anni, in quella lingua che cominciava appena a capire – urlava per avere il permesso di entrare nel regno una volta per tutte.»

 


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