Incipit #26

24 agosto 2015


«Una mattina di vento, nel piazzale dell’università, mentre teneva il cappello con una mano e la cartella con l’altra, il riverbero del sole negli occhiali e l’assistente lontanissimo che occupava il centro delle lenti e si dirigeva a passi rapidi verso di lui, il professore ebbe un cattivo presentimento.

Si fermò al riparo di una garitta di cemento e decise di non muoversi finché l’altro non l’avesse raggiunto. L’assistente agitava con la mano una rivista, ma solo a pochi metri il professore la riconobbe: era «La Parola agli Antichi». Il giovane gliela porse:

«Non se la prenda, professore.»

«Che c’è?» chiese il professore dilatando le pupille.

«È un attacco vilissimo.»

«Andiamo» disse il professore. «Non qui.»

Percorsero rapidamente il selciato che li divideva dall’atrio. Passarono sotto le volte buie del vestibolo. Qualcuno salutò il professore. Sbucarono sotto gli archi del chiostro e attraversarono diagonalmente il cortile. Salirono per la scala C, tra pareti scrostate e sporche. Quando infilarono il corridoio a finestrelle basse, col pavimento di marmo luccicante, il professore era rimasto distanziato e l’assistente rallentò il passo per attenderlo. La luce scivolava tra i loro piedi. Nel corridoio non c’era nessun altro e i rumori arrivavano fiochi dalla strada.

Entrando nello studio furono investiti dal vento che aveva spalancato la finestra. Mentre l’assistente sprangava i vetri sopra i tetti, il professore si sedette sulla poltrona e si passò una mano sul viso.

«Lasciali» disse indicando i fogli sparsi per terra. «Fammi leggere.»


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