Incipit #28

7 settembre 2015


«Lo spettacolo per il quale Briony aveva ideato locandine, programmi e biglietti, costruito il botteghino con un paravento sbilenco e foderato di carta rossa la cassetta dei soldi, era opera sua, frutto di due giornate di una creatività tanto burrascosa da farle saltare una colazione e un pranzo. Quando ebbe concluso i preparativi, non le restò altro da fare che contemplarne la stesura definitiva e aspettare di veder comparire i suoi cugini dal lontano nord. Ci sarebbe stato un solo giorno di tempo per le prove, prima dell’arrivo di suo fratello. A tratti pungente, spesso disperatamente triste, il dramma narrava una storia di cuore il cui messaggio, racchiuso nel prologo in rima, era che un amore non costruito su fondamenta di grande buonsenso ha il destino segnato. La sconsiderata passione dell’eroina per un malvagio conte straniero naufraga nella sventura allorché la protagonista, Arabella, contrae il colera durante una corsa precipitosa verso una cittadina di mare in compagnia del suo promesso. Abbandonata da lui come da quasi tutti gli altri, costretta a letto in una soffitta, la protagonista scopre in se stessa la forza dell’ironia. La sorte le offre una seconda occasione nella persona di un medico in ristrettezze economiche – in realtà, un principe sotto mentite spoglie che ha deciso di lavorare tra i bisognosi. L’uomo la guarisce e Arabella, che questa volta sceglie con giudizio, è ricompensata dalla riconciliazione con la sua famiglia e dalle nozze col principe-dottore in una “ventosa giornata di sole primaverile”.

La signora Tallis lesse le sette pagine delle Disavventure di Arabella in camera sua, seduta alla toletta, con un braccio dell’autrice sulla spalla per tutta la durata della lettura. Briony scrutava il viso della madre per non lasciarsi sfuggire il passaggio fugace di un’emozione, ed Emily Tallis stette al gioco producendosi in espressioni di allarme, risatine di gioia e, alla fine, in sorrisi riconoscenti e avveduti cenni di assenso. Prese tra le braccia la figlia, se la sedette in grembo – ah, le tornava alla mente il bel corpicino caldo di quando era piccola, non ancora perduto, non del tutto – e definì la sua commedia “incantevole”, acconsentendo subito, con un mormorio soffiato nella spirale stretta dell’orecchio della bambina, a che quell’aggettivo venisse utilizzato sulla locandina da esporre su un cavalletto in ingresso, accanto alla biglietteria.»


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