Incipit #39

23 novembre 2015


«Eravamo nell’aula di studio quando fece il suo ingresso il Preside, seguito da un nuovo senza divisa e da un bidello che portava un grosso banco. Chi dormiva si svegliò, e tutti si alzarono come interrotti nel loro lavoro.

Il Preside con un cenno ci invitò a sederci, poi, volgendosi verso l’istitutore:

“Signor Roger – gli disse sottovoce – qui c’è un allievo che vi raccomando. Entra in cinquième. Se la sua diligenza e la sua condotta sono soddisfacenti, passerà fra i grandi, come vorrebbe la sua età.”

Rimasto nell’angolo dietro la porta, tanto che lo si scorgeva appena, il nuovo era un ragazzotto di campagna di circa quindici anni, più alto di tutti noi. Aveva i capelli tagliati a scodella, come un chierico di paese, e appariva compìto e molto impacciato. Benché non fosse largo di spalle, la lunga casacca di tessuto verde dai bottoni neri doveva andargli stretta al giromanica, e dallo spacco dei risvolti lasciava intravedere polsi arrossati abituati a essere nudi. Le gambe, infilate in calzini blu, uscivano da pantaloni giallastri tirati dalle bretelle. Portava scarpe massicce, poco lucidate e provviste di chiodi.

Cominciammo a ripetere le lezioni. Lui tendeva l’orecchio, attento come alla predica, non osando nemmeno accavallare le cosce né appoggiarsi sul gomito, e alle due, quando suonò la campana, l’istitutore fu costretto ad avvertirlo perché venisse a mettersi in fila.

Avevamo l’abitudine, entrando in classe, di buttare a terra i berretti per avere poi più libere le mani. Fin dalla soglia bisognava lanciarli sotto il banco in modo che urtassero contro il muro e sollevassero molta polvere. Così voleva la regola.

Ma, sia che non avesse osservato la manovra, sia che non avesse osato adottarla, a preghiera finita il nuovo si teneva ancora il berretto sulle ginocchia. Si trattava di uno di quegli ibridi copricapi che assommano in sé i caratteri del berretto di pelliccia, del ciapska, della bombetta, della calotta di lontra e del berretto di cotone, uno di quei poveri oggetti, insomma, la cui muta laidezza possiede l’espressività profonda del volto di un imbecille. Era ovoidale e rinforzato da stecche di balena; il bordo prendeva a girare con tre salsicciotti; poi, separate da un nastro rosso, vi si alternavano losanghe di velluto e di coniglio; ecco poi alla sommità una specie di sacchetto terminante in un poligono di cartone ricoperto da un complesso ricamo; e di lì, in fondo a un esilissimo cordino, pendeva una ghianda di fili d’oro. Era nuovo; la visiera brillava.

“Si alzi” disse il professore.

Si alzò: il berretto cadde. Tutta la classe si mise a ridere.

Si chinò per prenderlo. Un vicino con una gomitata glielo fece cadere; lui lo raccattò di nuovo.

“Insomma, si sbarazzi di quell’elmo” disse il professore, che era un uomo di spirito.

Uno scoppio di risate dei ragazzi portò al colmo la confusione del poveretto che ormai non sapeva se tenerselo in mano, il berretto, o lasciarlo sul pavimento o rimetterlo in capo. Tornò a sedersi e se lo appoggiò sulle ginocchia.»


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